cerca

«La Croce è la risposta al male»

L’uomo si condanna da solo quando rifiuta l’amore di Dio La comunione dei cristiani in Libano segno di speranza

«La Croce è la risposta al male»

A__WEB

Una folla enorme ha accolto ieri sera Papa Francesco per la sua prima Via Crucis al Colosseo. Una folla che aveva invaso la zona dei Fori imperiali fin dal tardo pomeriggio. Fedeli da ogni parte del mondo, con una prevalenza impressionante di giovani, e molti giunti dal Libano, terra degli autori delle meditazioni delle 14 stazioni. Il Pontefice è arrivato a bordo dell’ormai consueta Mercedes nera della gendarmeria, accolto dal sindaco Alemanno, e un boato si è levato nel momento in cui si è affacciato sul piccolo palco allestito sulle pendici del Palatino da dove ha assistito al rito. Francesco è apparso sorridente e in un primo momento ha rifiutato il cappotto che gli era stato offerto dal maggiordomo Sandro per ripararsi dal vento. Il cardinal vicario Vallini ha portato la croce alla prima e all’ultima stazione. In mezzo, si sono alternati una famiglia italiana (Giuseppe Sassi e Laura Caponetti con i figli Elisabetta e Luca) e una indiana; una disabile e alcuni volontari dell’Unitalsi (Francesca Romanu, Angelo De Angelis, Maria Di Giulio e Adriana Reale); due seminaristi cinesi; due francescani della custodia di Terra Santa; due suore nigeriane e due libanesi e infine due brasiliani. Ai lati della croce, le torce erano sostenute da due libanesi e due giovani italiani, Emanuela Marchettini e Lorenzo Travaglini.

«Abbiamo vissuto un momento di intensa preghiera - ha detto il Papa al termine della Via Crucis - Non voglio aggiungere molte parole. In questa notte ne deve restare una sola, che è la Croce stessa. È la parola con cui Dio risponde al male dell’uomo. A volte - ha aggiunto - sembra che Dio non risponda, che rimanga in silenzio. In realtà ha risposto e la sua risposta è la Croce, è l’amore, la misericordia, il perdono. È anche giudizio - ha sottolineato Francesco - ma Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato; ma non da lui, da me stesso. In Dio ci sono solo amore e salvezza». Francesco ha ribadito che la Croce è «anche la risposta dei cristiani al male che continua ad agire in noi e intorno a noi: i cristiani devono rispondere al male con il bene». Il Papa ha ringraziato i ragazzi libanesi che hanno composto le meditazioni della Via Crucis: «Quando Papa Benedetto è andato in Libano abbiamo visto la bellezza e la forza della comunione dei cristiani di quella terra e l’amicizia di tanti fratelli musulmani e di molti altri. Sono un segno di speranza per il Medio Oriente e per il mondo intero. Continuiamo la Via Crucis nella vita di tutti i giorni, camminiamo aspettando la resurrezione di Gesù».

Parole di speranza, come quelle che hanno ispirato gli autori delle riflessioni: «La primavera araba in realtà è stata una primavera di sangue - ha detto uno di loro - ci auguriamo che diventi un cammino di pace». Violenze, torture, discriminazioni, terrorismo sono solo alcuni dei mali denunciati dai giovani maroniti libanesi ma sempre con la forte speranza, basata sulla fede in Cristo, di poter cambiare questa realtà di dolore.

Nel pomeriggio Papa Francesco aveva presieduto la memoria della Passione del Signore. All’inizio del rito si è prostrato davanti all’altare poi ha ascoltato, insieme ai cardinali della Curia, l’omelia, tenuta come da tradizione dal predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa. «Questo Venerdì Santo celebrato nell’anno della fede - ha detto - e in presenza del nuovo successore di Pietro, potrebbe essere, se lo vogliamo, il principio di una nuova vita». In quest’ottica, «La fede cristiana - ha aggiunto - potrebbe ritornare nel nostro continente e nel mondo secolarizzato per la stessa ragione per cui vi fece il suo ingresso: come l’unica, cioè, che ha una risposta sicura da dare ai grandi interrogativi della vita e della morte». Il cappuccino ha poi citato un passo di Kafka tratto da «Un messaggio imperiale» per affermare che «dobbiamo fare il possibile perché la Chiesa non divenga mai quel castello complicato e ingombro descritto da Kafka e il messaggio possa uscire libero e gioioso come quando iniziò la sua corsa. Sappiamo quali sono gli impedimenti che possono trattenere il messaggero: i muri divisori, a partire da quelli che separano le varie chiese cristiane, l’eccesso di burocrazia, i residui cerimoniali, leggi e controversie passate divenuti ormai solo detriti». E padre Cantalamessa ha aggiunto che di fronte a sovrastrutture che «non rispondono più alle esigenze attuali, anzi sono di ostacolo» bisogna «avere il coraggio di abbatterle».

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

.tv

"Lei è la sindaca?" La Merkel snobba Virginia Raggi

De Luca ci ricasca e chiama "chiattona" la consigliera M5s Valeria Ciarambino
Dentro Westminster, il panico durante l'attentato di Londra
Londra, dopo l'attacco a Westminster turisti bloccati per ore sul London Eye