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La verità nelle parole di Rudy

Il criminologo Mastronardi: «Guede resta il teste-chiave Finora non s’è fatta giustizia. Bisogna ripartire da zero»

La verità nelle parole di Rudy

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Si ricomincia da zero. Tutto da rifare quel secondo processo di appello che ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher con una sentenza «priva di senso logico» come ha stabilito ieri la Suprema Corte. E se per i difensori dei due ragazzi si riapre un incubo, c’è chi come il prof. Vincenzo Mastronardi, psichiatra e titolare della cattedra di psicopatologia forense alla facoltà di medicina della Sapienza, è risollevato. «La decisione della Cassazione la stavo aspettando, l’assoluzione non poteva passare».

Il prof Mastronardi ha seguito da vicino il caso Meredith avendo fatto una perizia su Rudy Guede. La sensazione è che il secondo processo d’appello «non ha dato il giusto valore a certi indizi determinanti perché alla ricerca di una prova provata, della pistola fumante che non c’era. «Certi particolari delle dichiarazioni fatte da Rudy Guede sono stati presi sottogamba - spiega Mastronardi autore con Castellini di «Meredith. Ombre e luci da Perugia» edito da Armando - Rudy ha raccontato che era in bagno con le cuffiette dell’i-pod nelle orecchie. Ma ha sentito distintamente la voce di Amanda Knox e il grido di Meredith. Amanda ha suonato alla porta e Meredith è andata ad aprire. Le ha detto in inglese "dobbiamo parlare". Rudy sapeva che Meredith ce l’aveva con Amanda. Gli aveva confidato che teneva la casa sporca, faceva venire strani amici e che probabilmente le aveva rubato 300 euro. Dopo aver sentito quella frase Rudy s’è rimesso le cuffie. Un paio di brani, circa nove minuti, e l’urlo di Meredith che tenta di difendersi dall’aggressione di un’Amanda infuriata, strafatta e armata di coltello». Per Mastronardi la nudità di Meredith è stato un atto di depistaggio fatto a posteriori. «Quando Guede uscì dal bagno vide un ragazzo che non conosceva. E poi identificato in Raffaele Sollecito che gli ha detto la famosa frase: negro trovato, negro accusato. E poi ad Amanda: andiamocene, c’era un negro dentro. Da qui l’accusa a Lumumba costruita dall’americana».

Alla fine Rudy Guede è l’unico condannato: 16 anni con rito abbreviato. «Sembra che si sia autoavverata la profezia di Sollecito - ironizza Mastronardi - Il nuovo processo andrà rifatto da capo, bisognerà vedere su quali carte, molte indagini sono irripetibili. Finora non è stata fatta giustizia ma solo legge». È la stessa sensazione di disagio che molti italiani hanno percepito la sera del 3 ottobre 2011 vedendo i due imputati improvvisamente liberi. La fuga in tempo record di Amanda verso gli Stati Uniti dove è stata accolta come un’eroina sfuggita dalle grinfie di una giustizia ingiusta e forcaiola. Date queste premesse sarà difficile rivedere la ragazza di Seattle da queste parti. Ora che in patria è diventata una scrittrice di successo e sta pubblicizzando il suo libro autobiografico «Waiting to be heard». Amanda è volata via e Sollecito (che ieri compiva 29 anni) per ora mantiene un basso profilo. Quel 3 ottobre 2011 fu un giorno veramente triste, ricorda Mastronardi. «Ho ancora negli occhi la reazione della madre, del padre e della sorella Meredith all’annuncio dell’assoluzione. Rimasero impietriti, uscirono per ultimi semplicemente perché non avevano fiato. Hanno dato un esempio di civiltà». Rudy Guede nel nuovo processo potrebbe essere la chiave per sbrogliare la matassa del giallo? «Io spero che Rudy sappia ricostruire bene la vicenda, ora sa esprimersi in un buon italiano. Finora non ha avuto una giusta comunicazione. Ha le sue colpe, lui stesso le ha ammesse. È fuggito dalla scena del delitto come un bambi impaurito. Non si capacita: è convinto che se fosse rimasto lì a tamponare la ferita di Meredith, l’amica si sarebbe salvata». Che cosa bisogna aspettarsi dal nuovo processo? «Che si faccia chiarezza, si faccia giustizia vera, si scopra quello che è realmente accaduto. Del precedente va sottolineata l’estrema abilità dei difensori». I due pm di Perugia sono stati accusati di avere infierito troppo sui due ragazzi. «Quei magistrati erano alla ricerca di qualcosa che fosse doveroso che emergesse e non riuscire a possedere le giuste documentazioni deduttive li ha portati ad un accanimento che può essere vissuto persecutorio o giù di lì. Il loro era un convincimento morale. In questa vicenda un convincimento scientifico non è stato possibile averlo».

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