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Nanoparticelle contro il cancro

Un trattamento innovativo spiegato da Mauro Ferrari, primo ricercatore al mondo della nanomedicina presidente del Mhri di Houston

Nanoparticelle contro il cancro

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Sconfiggere il cancro si può: andando a bersaglio. Mediante medicine che, come dei Tir, trasportano il loro carico fino a raggiungere il cuore della cellula malata. Arrivando a spengere l’interruttore che scatena la crescita dei tumori e colpendo obiettivi specifici del paziente. Non è un sogno ma realtà. «Un trattamento innovativo, già disponibile nel cancro del seno (che ogni anno fa registrare 46mila nuovi casi), per la prima volta ha mostrato risultati positivi nel pancreas, la neoplasia a prognosi più infausta», dice il professor Stefano Cascinu, presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). Dietro il successo di queste nanoparticelle in grado di superare le barriere difensive del cancro, finora impermeabili alla tradizionale chemioterapia, c’è soprattutto l’alleanza fra specialisti per la sostenibilità.

La buona notizia è stata motivo di un convegno a Roma, dove si sono dati appuntamenti AIOM e SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie), con una lezione magistrale del prof. Mauro Ferrari, presidente del Methodist Hospital Research Institute di Houston, il più importante ricercatore al mondo nel campo della nanomedicina. «Un nanometro – spiega il prof. Ferrari - equivale a un miliardesimo di metro. In queste dimensioni le proprietà fisiche della materia e il modo in cui si esprimono le leggi della natura cambiano. Le nanotech modificano radicalmente i principi della lotta al cancro perché aprono nuovi orizzonti nella personalizzazione della terapia». Una particella di circa 100 nanometri è in grado entrare nella cellula (che ha un diametro compreso fra i 10.000 ai 20.000 nanometri) e di interagire con il DNA e con le proteine. «Oggi, per la prima volta, siamo di fronte a un sensibile passo in avanti nel trattamento del tumore del pancreas – afferma il prof. Cascinu, presidente AIOM –. Ogni anno in Italia si registrano 11.500 nuove diagnosi. Si tratta di una delle neoplasie a prognosi più infausta: solo il 5% degli uomini e il 6% delle donne risultano vivi a 5 anni, senza sensibili scostamenti nell’ultimo ventennio. In uno studio di fase III Nab paclitaxel con gemcitabina ha infatti evidenziato risultati clinici significativi, con un aumento del 59% nella sopravvivenza a un anno e un tasso raddoppiato a due anni. In questa formulazione vengono sfruttate le potenzialità dell’albumina, una proteina che funziona come un veicolo naturale in grado di trasportare più rapidamente il farmaco attraverso i vasi sanguigni. In queste dimensioni infatti il medicinale è 100 volte più piccolo rispetto a un globulo rosso. L’albumina si lega poi a una proteina, SPARC, presente nelle cellule neoplastiche del pancreas consentendo a maggiori quantità di principio attivo di penetrare nel tumore». Inoltre le nanoparticelle trasportano il medicinale in concentrazioni maggiori del 33%, senza danneggiare i tessuti sani. Non ci resta che sperimentare e superare altre barriere del cancro.

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