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Il superpoliziotto con il sorriso sempre stampato sulle labbra

Il sorriso di un uomo perbene. Antonio Manganelli se ne andato dopo una lunga e tormentata malattia. Un male che lui, il Capo della Polizia, ha affrontato con coraggio, abnegazione così come ha...

Il superpoliziotto con il sorriso sempre stampato sulle labbra

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Il sorriso di un uomo perbene. Antonio Manganelli se ne andato dopo una lunga e tormentata malattia. Un male che lui, il Capo della Polizia, ha affrontato con coraggio, abnegazione così come ha sempre fatto nel suo lavoro. <Brillante e senza paura>, lo ha definito Rudolph Giuliani. Un esempio anche in questa sua drammatica conclusione di vita. Antonio è stato un investigatore di razza, allo stesso tempo schivo e ironico. Manganelli aveva realizzato il suo sogno da bambino: diventare investigatore. Semplice ma non per questo meno tenace o risoluto. Implacabile con i criminali lo è stato anche all’interno della polizia. Antonio ha avuto il coraggio di chiedere scusa per gli errori e lo ha fatto davanti a tutti. Lo ha fatto per rispetto dei cittadini, dello Stato e degli uomini e delle donne in divisa più rigorosi e onesti. Se le scuse e il riconoscimento degli errori sono stati pubblici, gli incontri con chi aveva subito abusi da parte degli agenti si sono svolti in silenzio, a riflettori spenti. Così la sua dedizione alla causa di beatificazione di quel suo conterraneo, Giovanni Palatucci, poliziotto che salvò migliaia di ebrei dai lager nazisti dove poi fu deportato e ucciso.

E’ difficile raccontare un uomo, un amico, con il quale si sono percorse tante strade assieme. Momenti drammatici per il Paese e allo stesso tempo esaltanti. Gli arresti dei super boss della mafia, la lotta al crimine organizzato. La sua carriera lo ha visto ricoprire incarichi importanti e dovunque ha seminato forza e spirito di squadra. E molti dei funzionari eccellenti di oggi sono cresciuti sotto la sua guida. Purtroppo l’ultima tappa della sua vita, già segnata alla malattia, lo ha visto dover scendere in campo per difendere la Polizia e se stesso da accuse infamanti. <Nessuno potrà dire che Manganelli è un imbroglione>, si è visto costretto a ribadire. Nessuno lo potrà dire. Altri hanno approfittato. Lui no. E’rimasto in prima linea, fedele al suo giuramento di fedeltà allo Stato. Accanto ai suoi poliziotti ai quali ha donato quel magnifico testamento spirituale nel suo discorso, il 14 febbraio scorso, all’Istituto superiore di Polizia appena pochi giorni prima che il male lo ghermisse ancor più duramente. Antonio Manganelli li esortò a coniugare <sicurezza con libertà e a impegnarsi che l’una non confligga con l’altra>.

Il suo sorriso, la sua cordialità sono una costante dei ricordi. Spiritoso al punto di schernirsi per le sue <fatiche letterarie> - insostituibili manuali di criminologia, l’ultimo, “Investigare” scritto a quattro mani con il prefetto Franco Gabrielli - dispensando l’<amico> dalla lettura dei grossi tomi. Dediche manoscritte, così come gli auguri scambiati per le festività natalizie. Piccoli segni di una disponibilità e un affetto, silenzioso ma sempre presente. Gli incontri casuali per le strade di Roma. Quelle sue passeggiate domenicali con il fedele pastore belga dal pelo candido. Così, senza scorta, tenendo per mano la moglie Adriana. Incontri casuali, tra amici, chiacchiere semplici, leggere e personali, lontane dai reciproci ruoli. O quando al mattino conduceva la figlia, Emanuela, al liceo e la lasciava poco distante l’ingresso con quel tenero bacio sulla guancia. Sempre senza orpelli e clamori. E resta impresso nel cuore quell’ultimo abbraccio all’Auditorium della Musica poco prima di Natale. Sincero e affettuoso. Aperto e trasparente come è stata la sua vita di super-poliziotto e galantuomo.

Il sorriso di un uomo perbene. Antonio Manganelli se n’è andato dopo una lunga e tormentata malattia. Un male che il Capo della Polizia, ha affrontato con coraggio e abnegazione, così come ha sempre fatto nel suo lavoro. «Brillante e senza paura», lo ha definito Rudolph Giuliani. Un esempio anche in questa sua tragica conclusione. Antonio è stato un investigatore di razza, allo stesso tempo schivo e ironico. Manganelli aveva realizzato il suo sogno da bambino: diventare investigatore. Semplice ma non per questo meno tenace o risoluto. Implacabile con i criminali lo è stato anche all’interno della Polizia. Antonio ha avuto il coraggio di chiedere scusa per gli errori e lo ha fatto davanti a tutti. Lo ha fatto per rispetto dei cittadini, dello Stato e degli uomini e delle donne in divisa più rigorosi e onesti. Se le scuse e il riconoscimento degli errori sono stati pubblici, gli incontri con chi aveva subito abusi da parte degli agenti si sono svolti in silenzio, a riflettori spenti. Così la sua dedizione alla causa di beatificazione di quel suo conterraneo, Giovanni Palatucci, poliziotto che salvò migliaia di ebrei dai lager nazisti dove poi fu deportato e ucciso.

È difficile raccontare un uomo, un amico, con il quale si sono percorse tante strade assieme. Momenti drammatici per il Paese e allo stesso tempo esaltanti. Gli arresti dei super boss della mafia, la lotta al crimine organizzato. Nella sua carriera ha ricoperto incarichi importanti, dovunque ha seminato forza e spirito di squadra. E molti dei funzionari eccellenti di oggi sono cresciuti sotto la sua guida. Purtroppo l’ultima tappa della vita, già segnata alla malattia, lo ha visto dover scendere in campo per difendere la Polizia e se stesso da accuse infamanti. «Nessuno potrà dire che Manganelli è un imbroglione», si è visto costretto a ribadire. Nessuno lo potrà dire. Altri hanno approfittato. Lui no. È rimasto in prima linea, fedele al suo giuramento di fedeltà allo Stato. Accanto ai suoi poliziotti, ai quali ha donato quel magnifico testamento spirituale nel suo discorso, il 14 febbraio scorso, all’Istituto superiore di Polizia appena pochi giorni prima che il male lo ghermisse ancor più duramente. Antonio Manganelli li esortò a coniugare «sicurezza con libertà e a impegnarsi che l’una non confligga con l’altra».

Il suo sorriso, la sua cordialità sono una costante dei ricordi. Spiritoso al punto di schernirsi per le sue «fatiche letterarie» - insostituibili manuali di criminologia, l’ultimo, «Investigare», scritto a quattro mani con il prefetto Franco Gabrielli - dispensando l’«amico» dalla lettura dei grossi tomi. Dediche manoscritte, così come gli auguri scambiati per le festività natalizie. Piccoli segni di una disponibilità e un affetto silenzioso ma sempre presente. Gli incontri casuali per le strade di Roma. Quelle sue passeggiate domenicali con il fedele pastore belga dal pelo candido. Così, senza scorta, tenendo per mano la moglie Adriana. Incontri casuali, tra amici, chiacchiere semplici, leggere e personali, lontane dai reciproci ruoli. O quando al mattino conduceva la figlia, Emanuela, al liceo e la lasciava con un tenero bacio sulla guancia. Sempre senza orpelli, senza clamori. E resta impresso nel cuore quell’ultimo abbraccio all’Auditorium della Musica poco prima di Natale. Sincero e affettuoso. Aperto e trasparente come è stata la sua vita di superpoliziotto e galantuomo.

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