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La mano tesa del Papa alle Chiese cristiane

Abbraccio col patriarca di Costantinopoli «La vostra elezione ispirata da Dio»

«Mio fratello Andrea». Poche parole che aprono scenari impensabili sul fronte dell’ecumenismo. Fratello Andrea, perché il patriarca di Costantinopoli è erede dell’apostolo fratello di Pietro. Perché Atenagora chiamò Pietro l’allora Papa Montini, in uno storico incontro. Francesco e Bartolomeo, dunque, come Pietro e Andrea. Fratelli. La presenza, per la prima volta dal grande scisma del 1054, del patriarca ecumenico alla Messa di inizio pontificato del successore di Pietro è un fatto che apre nuove speranze per l’unità dei cristiani. Tra il Papa e il patriarca ortodosso, considerato un «primus inter pares» nelle Chiese orientali, due abbracci in due giorni: il primo durante la Messa sul sagrato di San Pietro, il secondo ieri, durante l’incontro tra Francesco e i rappresentanti di altre Chiese e religioni. Un dialogo nel solco fecondo tracciato da Benedetto XVI, che più volte si è recato a S. Paolo a pregare per l’unità dei cristiani, l’ultima pochi giorni prima di annunciare la sua rinuncia. Francesco ha ripreso il filo del discorso già nelle udienze private concesse prima a Bartolomeo e poi al metropolita Hilarion del Patriarcato di Mosca. Incontri che hanno preceduto quello collettivo nella Sala Clementina, dove è scomparso il trono pontificio, che ha lasciato il posto a un semplice seggio: lo stile di Papa Bergoglio si conferma anche in questi dettagli.

«Santità, ci rallegriamo di tutto cuore per la vostra elezione ispirata da Dio e l'assunzione dei vostri doveri quale primo vescovo della Chiesa Cattolica - è stato il saluto di Bartolomeo I - Compiti enormi per l'unità la attendono. L’unità delle Chiese cristiane costituisce la prima e più importante delle nostre preoccupazioni, sicuramente uno dei presupposti fondamentali affinché la nostra testimonianza possa essere credibile a occhi vicini e lontani. Un dialgo da proseguire nella carità e nella verità in spirito di umiltà e mitezza».

Francesco ha citato il Concilio e Giovanni XXIII: «Chiediamo al Padre misericordioso di vivere in pienezza quella fede che abbiamo ricevuto in dono nel giorno del nostro Battesimo e di poterne dare testimonianza libera, gioiosa e coraggiosa. Sarà questo il nostro migliore servizio alla causa dell’unità tra i cristiani» ha detto il Papa, confermando l’intenzione di voler proseguire nel dialogo. Che non si limita certo ai cristiani. Francesco, che ha ricevuto in privato anche Claudio Epelman, del Latin American Jewish Congress, si è rivolto in maniera particolare agli ebrei «al quale ci lega uno specialissimo vincolo spirituale» e ha salutato con calore il rabbino capo di Roma Di Segni: «Confido che, con l’aiuto dell’Altissimo, potremo proseguire proficuamente quel fraterno dialogo che il Concilio auspicava e che si è realizzato, portando non pochi frutti, specialmente nel corso degli ultimi decenni». Come riporta il sito della comunità ebraica romana, nel saluto personale a Di Segni, il Papa ha detto «di aver letto e sentito molto in merito al Capo Rabbino, anche grazie alla sua presenza sul web e i social media, e i due si sono lasciati cordialmente con l'auspicio di rincontrarsi presto per muovere insieme nuovi passi sulla via del dialogo».

Ai musulmani il Papa ha detto di vedere nella loro presenza «un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità».

Infine, Francesco ha sottolineato l’importanza «che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne» di diverse religioni: «Possiamo fare molto per il bene di chi è più povero, di chi è debole e di chi soffre, per favorire la giustizia, promuovere la riconciliazione, costruire la pace. Ma, soprattutto, dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell’assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l’uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma».

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