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Quando nel dialetto napoletano il «suonno» fa rima con sogno

di Ruggero Guarini Che incantevole librino ha scritto Isabella Ducrot sul senso di quel singolare fenomeno, di un’assoluta evidenza, soprattutto per i napoletani, ma anche per quanti conoscono e...

Che incantevole librino ha scritto Isabella Ducrot sul senso di quel singolare fenomeno, di un’assoluta evidenza, soprattutto per i napoletani, ma anche per quanti conoscono e amano le loro antiche canzoni d’amore, eppure mai finora analizzato, che è la straordinaria frequenza con cui in esse ricorre il motivo del «suonno» nel duplice significato di «sogno» e «sonno» che questa parola ha in quell’anitico dialetto!

Appena pubblicato nelle edizioni capresi della Conchiglia, questo minuscolo scritto, appena cinquanta paginette non meno affettuose e delicate che precise e asciutte sul tema indicato nel titolo «Suonno. Il sonno e il sogno nella canzone napoletana» ( pag. 64) sollecita un continuo, commosso stupore per un fenomeno che, pur essendo esposto, ripreso s variato in mille guise in tanti bellissimi e celeberrimi versi, non cessa tuttavia di racchiudere un forse inesprimibile segreto dell’anima napoletana.

Giustamente Raffaele La Capria, nella sua succinta e acuta prefazione, definisce «una scoperta» quella che la Ducrot ha voluto consegnare a questo suo volumetto.

«A dire la verità – egli scrive – credo che nessuno prima di Isabella abbia notato questa cosa, eppure era sotto gli occhi di tutti, come la lettera rubata del racconto di Poe, che proprio perché era visibile a tutti, e in piena evidenza, non fu neanche degnata di uno sguardo».

Dubito, tuttavia, che, come sembra credere La Capria, i cosiddetti esperti dei diversi rami che potrebbero interessarsi all’argomento (psicologi, antropologi, sociologi, storici della letteratura e delle religioni, studiosi dei costumi e del carattere dei popoli , eccetera eccetera) potrebbero mai dirci, sul suo significato e sulla sua natura, cose più illuminanti di quelle che possono essere intuite da scrittori dotati, come la Ducrot, delle specialissime antenne, insieme analitiche e poetiche, che si richiedono per cogliere gli aspetti più toccanti del fenomeno.

Quanto siano sensibili queste antenne in Isabella Ducrot (della quale vorrei segnalare anche gli intensi e lucidi ricordi autobiografici da lei recentemente raccolti in un libretto intitolato «Fallaste corazon», nelle edizioni del Notes magico) risulta fra l’altro non tanto dalle risposte che dà o tenta di dare ai tanti quesiti che la sua scoperta sollecita quanto dalle stesse domande che essa avverte il bisogno di porsi. La più sorprendente delle quali riguarda un’altra evidenza, ossia il fatto che nelle nostre canzoni di Napoli, ma non soltanto in esse, bensì nella sua stessa lingua quotidiana, nessun innamorato dice abitualmente alla sua amata «ti amo» bensì «te voglio bene».

Naturalmente il significato di quest’uso sembra alla Ducrot intimamente legato a quello del tema del «suonno», e in particolare a quello dello struggente desiderio, alla vista della propria amata addormentata, di dormire accanto a lei, vicino al suo respiro.

Ma quale speciale sentimento vibra in questo desiderio, che forse non fu mai espresso con più appassionata tenerezza come nei celebri versi che uscirono dal delicatissimo cuore di quel piccolo genio della poesia dialettale napoletana che fu Vincenzino Russo?

Molti dei versi delle canzoni d’amore di Russo (che morì a meno di trent’anni ucciso dalla tisi, ormai pià di un secolo fa, esattamente nel 1907) sono fra i più toccanti del nostro Novecento non soltanto nel registro dialettale.

Mirabili, in particolare, quelli, celeberrimi, di «Maria, Marì», che incomincia con l’appassionato «Aràpete fenesta | famme affaccia' a Maria | ca stongo ’mmiezo ’a via | speruto p’’a vedè», e si conclude con quello struggente ricordo dei tanti sonni perduti per lei: «Oj Mari’ | oj Mari’ | quanta suonno ca i’ perdo pe’ te, | famm’ addurmi’ | ’n’ata notte abbracciato cu te». Ma il motivo dell’amata addormentata torna anche nei versi appena citati della non meno celebre «I’ te vurrìa vasà», che è forse la più felice delle sue canzoni: «I’ te vurría vasá... | ma ’o core nun mm’’o ddice | ’e te scetá... | ’e te scetá!... | I’ mme vurría addurmí | vicino ô sciato tujo, n'ora pur'i'...»

Quali purissimi accordi possono essere destati da quell’umile parola, «sciato», che a me sembra tanto più carnale e commovente, anzi più «creaturale», dei tanti altri termini che le corrispondono in tutte le lingue del mondo, compresi gli italiani fiato, alito, soffio, respiro, spirito e simili... «Creaturale» direi anche il sentimento che vibra nell’epressione «te voglio bene», a Napoli assai più frequente del comune «ti amo».

E assolutamente «creaturale» è il sentimento che può suscitare la vista dell’amata sorpresa e contemplata in quello stato di estrema inermità che è il sonno.

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