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Quella lezione dell’Inatteso che è al passo con i tempi

di Ruggero Guarini La lezione dell'Inatteso. Perché le dimissioni del Papa, nonostante lo sgomento e la tristezza che hanno comprensibilmente destato, e la sofferenza, il dolore, il tempestoso...

La lezione dell'Inatteso. Perché le dimissioni del Papa, nonostante lo sgomento e la tristezza che hanno comprensibilmente destato, e la sofferenza, il dolore, il tempestoso travaglio interiore che le ha sicuramente precedute, possono sembrare, anche a molti non credenti come me, un benefico, fecondo, lietissimo segno dei tempi?

Credo che questo accada perché questo gesto, con la sua stessa natura di evento inatteso, clamoroso e dagli imprevedibili effetti, smentisce felicemente una delle nostre più ridicole illusioni: l'idea di poter cogliere il senso della vita e della storia imponendo loro delle leggi con cui se ne vorrebbe estirpare la scossa e il profumo dell'incalcolabile, che al contrario è il sale stesso della storia e della vita, giacché è proprio e soltanto grazie a quel sale che in esse vi è sempre,né cesserà mai di esservi, qualcosa di sorprendente e di inaspettato. Sicché esse non potranno mai, se Dio vuole, lasciarsi domare e ingabbiare in una delle tante prigioni che la nostra inesauribile immaginazione servile, insaziabile sognatrice di chimere programmatiche, non cessa di progettare. Tutti i più raccapriccianti orrori del nostro tempo, dal gulag e dal lager fino a quella silenziosa tirannia, soltanto all'apparenza razionale, pacifica e priva di violenza che è l'attuale, illuminato regime eurocratico, nascono infatti dall'illusione di poter eliminare l'inatteso dalla vita e dalla atoria. E forse non è per caso che questo stesso sogno, dopo aver generato le infamie dei totalitarismi rossi e neri del secolo scorso, fomenta oggi, in tutto l'Occidente, il sogno di dominare e governare ogni funzione e aspetto dell'esistenza umana mediante tutte quelle pratiche che, dall'aborto alle fecondazioni artifiiciali, dagli uteri in affitto al tentativo di predeterminare i caratteri biologici e psichici dei nascituri, mirano appunto a sottrarre alla vita la sua natura di dono inesplicabile e miracoloso per trasformarle in sun semplice prodotto della nostra ragione pianificatrice. Quale assurda volontà, in queste pratiche, di negare l'essenza irriducibilmente misteriosa della vita, del suo ineffabile valore di dono, del suo non essere nostra. E quale micidiale ridicolezza nell'idea di poter disporre a proprio piacimento dell'inesplicabile! Questa stupidissima idea può in ogni caso spuntare soltanto dall'assenza di ogni traccia di quel sentimento creaturale della vita che solo può fare, della vita, un'esperienza più interessante di un qualsiasi nostro «progetto razionale».

Inatteso come il bambinello Gesù. Ma anche come il piccolo negro di «Tammurriata nera», la celebre canzone di Edorado Nicolardi ed E.A. Mario, in cui la Napoli leggendaria del dopoguerra trovò una delle espressione più toccanti della sua anima, appunto, naturaliter creaturale. Lo prova la tenera, ironica sapienza dei versi che esprimendo l'affettuoso stupore destato in una corsia d'ospedale dalla nascita di un bambino negro, associano il concepimento e la nascita dei bambini, bianchi o neri che siano, alla semina e alla crescita del grano: «Addò pastina» «o grano» o grano cresce | riesce o nun riesce | semp'è grano chello ch'esce» («Dove si semina il grano il grano cresce | riesce o non riesce | sempre grano è quello che esce»).

Ma che cosa c'entra (si dirà) questo sermoncino sulla vita come dono con le dimissioni del Papa? C'entra perché questo gesto, proprio come la nascita di un bambino inatteso, si fa beffe della nostra tronfia fede nella nostra supposta onnipotenza.

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