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Il Papa: «Per il mondo resterò nascosto»

Confermata davanti al clero romano l’intenzione di evitare interventi pubblici

Il Papa: «Per il mondo resterò nascosto»

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a.acali@iltempo.it

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulla presenza di «due Papi» in Vaticano (qualche giornalista anglosassone si era spinto a ipotizzare addirittura uno scisma), sull’influenza che avrebbe esercitato un «Papa emerito», sul condizionamento nei confronti dei cardinali chiamati ad eleggere il nuovo Pontefice, è stato spazzato via dalle parole pronunciate dallo stesso Benedetto XVI davanti ai sacerdoti della diocesi di Roma. «Anche se mi ritiro adesso, in preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche tutti voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimarrò nascosto». Parole inequivocabili, che significano con tutta evidenza l’intenzione di non fare ulteriori interventi pubblici dopo il 28 febbraio.

Il Papa, entrato con il bastone nell’Aula Paolo VI, è stato accolto dal commosso saluto del cardinal vicario Vallini e dall’applauso lungo e convinto dei preti romani mentre risuonavano le note dell’inno «Tu es Petrus». «Grazie per questo affetto, per l’amore grandissimo per la Chiesa e per il Papa» ha risposto Benedetto. «L’incontro di oggi - ha detto il card. Vallini - come è facile comprendere assume un significato ed un valore del tutto particolari». E ha poi fatto un paragone apparso molto calzante: «Abbiamo nel cuore i sentimenti in qualche modo simili a quelli degli anziani di Efeso chiamati da Paolo a Mileto per ascoltare le sue parole di congedo» quando «tutti scoppiarono in pianto e lo baciarono. Non le nascondiamo - ha proseguito il cardinal vicario - che nel nostro animo si mescolano molti sentimenti: tristezza e rispetto, ammirazione e rimpianto, affetto e fierezza».

«È per me un dono della Provvidenza che prima di lasciare il ministero petrino io possa incontrare ancora una volta il mio clero, il clero di Roma, veramente cattolico, universale» ha detto il Papa, che poi ha fatto «una piccola chiacchierata» sulla sua esperienza nel Concilio Vaticano II. Una richiesta giunta dagli stessi sacerdoti romani, nella prospettiva dell’Anno della Fede.

E il Papa ha esordito con un aneddoto. «Ero stato nominato nel '59 professore all'università di Bonn dove studiavano studenti e seminarisi di Colonia. Sono venuto così in contatto con il cardinale di Colonia Josef Frings. Il cardinale Siri di Genova nel '61 aveva organizzato un ciclo di conferenze sul Concilio e aveva invitato anche l'arcivescovo di Colonia. Il cardinale mi ha invitato a scrivere il progetto di discorso, gli è piaciuto e ha proposto a Genova questo testo come lo avevo scritto. Poco dopo Papa Giovanni lo invitò a Roma, e lui aveva il timore che avesse detto qualcosa di non corretto e magari di essere rimproverato, forse anche per togliergli la porpora». Tra le risa dei preti, il Papa ha continuato: «Sì, quando si stava vestendo per l'udienza disse: "Forse la porterò per l'ultima volta". Poi Papa Giovanni lo abbracciò: "Lei ha detto quel che volevo dire ma non trovavo le parole"». Da lì cominciò il cammino di Ratzinger nel Concilio, prima come perito di Frings, poi come perito ufficiale.

Il Papa ha ripercorso le tappe conciliari salienti, con un discorso denso di contenuti e richiami su quattro aspetti principali: liturgia, ecclesiologia, ecumenismo e rapporti col mondo moderno. Per concludere con una importante considerazione storica. Mentre i padri conciliari erano chiusi nella Basilica di San Pietro, era in atto «un Concilio dei media, un Concilio quasi per sé. E tramite i media è arrivato al popolo non quello dei padri, che era il Concilio della fede che cerca la parola di Dio, ma quello dei giornalisti che non si è realizzato nella fede ma nelle categorie dei media fuori della fede, con al centro l'ermeneutica politica, che era una proposizione di lotte di potere tra correnti della Chiesa. Per loro era la sovranità popolare la parte da approvare». E da questo frintendimento sono venute «tante calamità: miserie, seminari e conventi chiusi. Il Concilio virtuale era più forte di quello reale. Cinquanta anni dopo - ha concluso - vediamo come il Concilio virtuale si perde e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Il nostro compito nella anno della fede è lavorare perché il vero Concilio con la forza dello Spirito santo si realizzi e sia rinnovata veramente la Chiesa. Andiamo avanti nella certezza che il Signore vince!»

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