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Stato-Mafia, il Capitano Ultimo: "Trattativa pagliacciata"

Il carabiniere che arrestò Riina sgonfia la tesi dei pm di Palermo: "L'accordo con la cupola è solo un business giornalistico-giudiziario".

"La trattativa non esiste". È una pagliacciata. Un business giornalistico-giudiziario». Va giù duro «Ultimo». È stato il capitano dei carabinieri del Ros che il 15 gennaio '93, alle 8.30 del mattino, in via della Regione Siciliana mise le manette ai polsi al supermafioso Totò Riina. Oggi Sergio De Caprio è colonnello dei militari del Nucleo operativo ecologico, con un fastidioso sasso nella scarpa che col tempo è diventato un macigno. La Procura di Palermo, il pm Antonio Ingroia volle a giudizio lui e l'allora colonnello del Ros Mario Mori perché convinto che dopo l'arresto di Riina non perquisirono il covo di via Bernini, per cui li accusò di favoreggiamento della mafia. Nel febbraio 2006 De Caprio e Mori) furono assolti. Adesso Ingroia firma la richiesta di rinvio a giudizio di dodici indagati (compreso Mori), accusati a vario titolo di aver partecipato alla famigerata trattativa Stato-mafia che sarebbe stata il movente delle stragi del 1992-93, dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ora Ingroia se ne va in Guatemala come incaricato Onu. È contento colonnello? «Non è compito mio parlare del dottor Ingroia o di altri. Io devo servire il mio popolo». Però la tesi del pm è che il primo atto della trattativa Stato-mafia sarebbe stato l'arresto di Riina avvenuto grazie all'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimo. Insomma, lei avrebbe avuto la strada spianata? «Falso. Lo ha detto il figlio di Ciancimino, Massimo. Ma è falso». Le cose come andarono? «È stato un lavoro trasparente e di squadra, al quale hanno dato un sensibile impulso le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio». Eppure la tesi della Procura di Palermo è suggestiva»:Provenzano "vende" Riina a Ciancimino, ai carabiniere del Ros, in cambio del resto «L'ex sindaco di Palermo non ha mai contribuito alle indagini che hanno portato all'arresto. L'idea del patto cozza con la prassi dello Stato». Cioè? «In Italia c'è una legge sui pentiti, importante strumento normativo, che consente ai mafiosi, anche a quelli che hnno commesso i peggiori delitti di ottenere la libertà. È il massimo che si può ottenere. Persone come Brusca, Di Maggio e altri, hanno aderito a questo patto con lo Stato, al fine di ottenere l'impunità per sé e per i loro familiari. Ci sono persone stipendiate, liquidate. Allora a cosa sarebbe servita una trattativa fra mafia e Stato?». I boss volevano l'annacquamento del carcere duro, del 41bis, e pare che in parte ci sia stato stato «Ogni possibile risultato sarebbe ridicolo rispetto ai benefici che la legge sui pentiti già riconosce». Però la norma in questo caso doveva essere emendata per alleggerirla. «La trattativa è solo una pagliacciata che delegittima lo Stato e legittima Cosa nostra e che fa ridere solo Salvatore Riina». Ma lo dicono i pentiti?Se sono stati utili per la cattura di Riina perché non dovrebbero esserlo ora per smascherare la trattativa? «I pentiti vanno verificati, come prevede il metodo Falcone». Il colonnello trova parole anche per lo scomparso Loris D'Ambrosio: «Massimo rispetto per il consigliere D'Ambrosio e per la sua storia. Massimo disprezzo per l'ingiustizia mafiosa che ha cercato d'infangarlo».

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