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29/01/2012 05:30

Ratzinger mette in riga i cardinali

Papa Benedetto XVI

Benedetto XVI non doveva partecipare. Invece il Papa ha voluto presenziare la riunione di coordinamento dei dicasteri vaticani che si è svolta ieri, anche se non riguardava direttamente quella che qualcuno già chiama la «wikileaks vaticana», la diffusione di lettere riservate inviate dall'ex segretario generale del governatorato di Città del Vaticano Carlo Maria Viganò al Papa e al segretario di Stato vaticano Bertone, per denunciare la «corruzione» vaticana e scongiurare un suo trasferimento da Roma. Il tema del vertice - «Il processo di elaborazione, pubblicazione e recezione dei documenti della Santa Sede» - e l'accenno di Bertone, nella sua relazione introduttiva al dilagare della «passione per le notizie minute del pettegolezzo ecclesiastico, che minano il prestigio della Santa Sede e giungono talora ad ostacolare il clima di fiducia e collaborazione tra i suoi diversi organismi» raccontano che molto si sta muovendo dentro le mura vaticane. E che Benedetto XVI si è mosso da tempo per rimettere in ordine la Curia. Secondo il metodo che gli è abituale. Un metodo collegiale e moderno. Il cardinal Bertone, che oggi è Segretario di Stato, ma un tempo era stato numero due di Joseph Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede, indica proprio nel «metodo Ratzinger» la stella polare per riordinare la Curia. Un metodo basato sulla collegialità e la collaborazione tra tutti i membri del dicastero. «Sulla base dell'esperienza personale - dice Bertone ai capi dicastero - ricordo, ad esempio, come si mostrasse particolarmente efficace il metodo di lavoro della Congregazione della Dottrina della Fede: esso prevede il coinvolgimento del personale del dicastero nell'istruzione di una questione, l'affidamento del suo studio ai Consultori, sia singolarmente che riuniti nella Consulta, e, infine, sulla base del lavoro compiuto, il pronunciamento dei Padri, nella cosiddetta Feria IV». Bertone suggerisce maggiore collegialità, armonizzazione dei testi, coordinamento al momento della pubblicazione perché non vengano sovrapposti ad altre attività di Benedetto XV e riservatezza. Fa anche una critica agli uffici della Segreteria di Stato, che «talora trascurano inopportunamente» la produzione degli originali dei documenti da sottoporre alla firma del Papa. E si chiede anche «come mantenere la riservatezza sui contenuti, un aspetto che dovrebbe accompagnare tutto il processo di redazione dei documenti». Il processo di riorganizzazione e riordino della Curia prosegue, nonostante il caso Viganò. Un caso che in fondo - se non fosse per il fatto che le lettere del monsignore sono fuoriuscite dal Vaticano - si configura simile a molti altri che avvengono dentro le mura leonine. E alle lettere dell'allora numero due del Governatorato Vaticano si diede anche seguito, con una inchiesta interna, affidata ad una commissione interdisciplinare. Inchiesta che si è conclusa con un nulla di fatto: quanto denunciato da Viganò nelle lettere è stato definito «indimostrabile», e «non fondate» sono state giudicate le accuse relative a monsignor Nicolini. Niente resta senza seguito all'interno di Città del Vaticano. Così, mentre il caso-Viganò sembra cominciare a smorzarsi - a meno che altre lettere del monsignore non vengano rivelate - Oltretevere si ricostruiscono i passaggi del caso. Quello di Viganò è «un omicidio organizzato da lontano», almeno dai tempi in cui era capo del personale nella Segreteria di Stato. È di quei tempi - inizio 2009 - l'inchiesta dell'abbé Claude Barthe nel quindicinale cattolico L'Homme Nouveau. aveva inserito Viganò e suo nipote Carlo Maria Polvani nella lista di presunti frondisti di Curia accusati di remare contro il Papa e Bertone. È proprio a Polvani che i maligni guardano quando cercano di comprendere da quale mano le lettere di Viganò siano arrivate sul tavolo dei giornalisti. Quando entra in Governatorato, Viganò interviene anche su meccanismi consolidati che regolavano gli appalti delle ristrutturazioni edilizie e nella gestione dei giardini vaticani. In molti riconoscono il merito della sua opera. Ma questi ricordano anche che «la portò avanti con autoritarismo, e senza considerare gli equilibri degli uffici vaticani». Nel 2010 una nuova campagna a base di e-mail inviate a cardinali e nunzi pontifici attacca Viganò con l'accusa di favorire la carriera del nipote Polvani. E poi, la serie di articoli su «Il Giornale», una serie di messaggi in codice, che fanno capire che il tempo di Viganò al Governatorato è finito. Isolato, in una situazione di tensione, Viganò cominciò a scrivere lettere ai piani alti. La tensione aumentò, la necessità di rimettere tutto in equilibrio crebbe. E fu deciso di inviarlo nella prestigiosa nunziatura di Washington.

Andrea Gagliarducci






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