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CRONACHE DI FINE LEGISLATURA

L’eterno (e immotivato) fascino delle primarie

L’eterno (e immotivato) fascino delle primarie

Chi non le ha mai fatte, muore dalla voglia di celebrarle. Chi le fa da anni, si interroga sulla reale utilità di celebrarle ancora.

È il paradossale destino delle primarie, ora rispolverate persino da Casini, Alfano, Tosi e Zanetti per trovare uno strumento per mettersi insieme e sperare di superare le soglie di sbarramento alle prossime elezioni.

Le primarie, già. Una sorta di leit motiv della politica italiana. In grado di passare in breve tempo da panacea di tutti i mali a «pessimo strumento colpevole di aver selezionato la peggior classe dirigente italiana» (copyright Silvio Berlusconi).

Eppure, nonostante l’avversione del Cavaliere, di primarie i politici nostrani parlano praticamente tutti i giorni. Creando un curioso circolo vizioso: nel Paese in cui l’opinione pubblica è convinta che non si voti mai e che tutte le decisioni più importanti vengano prese «altrove» (in Europa, nel club Bilderberg, nella Trilaterale), i partiti non fanno altro che convocare di continuo i propri militanti per celebrare competizioni elettorali farlocche. Il cui valore, a livello ufficiale, è pari grosso modo a quello dei tornei di ping pong nei villaggi turistici.

Un’esagerazione? No, se si ripercorre la vicenda delle primarie in Italia. Qualche giorno fa lo ha fatto proprio dalle colonne de Il Tempo Massimo Parisi, senatore di Ala. Che ha sottolineato un dato tanto incontestabile quanto deflagrante: in Italia, l’unico candidato premier passato per le primarie e poi arrivato a Palazzo Chigi è stato Romano Prodi, nel lontano 2006. Undici anni fa.

Si trattò, peraltro, di primarie dall’esito scontato, in linea con tutte quelle che il centrosinistra organizzava in quegli anni: si prendeva il leader prescelto, gli si contrapponevano tre o quattro figure di secondo piano e poi si festeggiava il previsto plebiscito millantando cifre assolutamente non verificabili: «Hanno votato in quattro milioni!». «No, siamo quasi a cinque milioni!». E perché non sei, dieci, quindici?

Come che sia, l’esperimento piacque. Peccato che gli esiti non furono più gli stessi. Walter Veltroni, passato direttamente dalle primarie per la segreteria Pd alla candidatura a Palazzo Chigi, venne travolto dal solito Berlusconi. Pier Luigi Bersani, dopo aver sconfitto l’irriverente Matteo Renzi, arrivò talmente «spompo» alle elezioni che dovette accontentarsi di una «non vittoria» che gli sbarrò le porte di Palazzo Chigi.

Tempo un annetto, al governo ci salì proprio quel Renzi che le primarie per la premiership le aveva perse. Un po’ come a Sanremo: meglio arrivare ultimi che vincere.

Nel frattempo, specie a livello locale, il centrosinistra si attorcigliava in competizioni sempre più controverse, tra file ai gazebo piene di immigrati e loschi figuri impegnati a distribuire soldi pur di catturare qualche preferenza.

Eppure, nonostante nell’altra metà del cielo la fascinazione per le primarie cominciasse a vacillare, nel centrodestra scoppiava l’attrazione folle per i gazebo. Un amore interessato, in realtà, poiché i vari delfini incoronati e poi scaricati da Berlusconi (Fini, Alfano, Fitto e altri) erano convinti che l’unico modo per spodestare il Cavaliere fosse proprio far scendere in piazza gli elettori.

Così, cinque anni fa, è cominciato il braccio di ferro con Silvio. Uno scontro che ha prodotto esiti surreali se non comici. Come quando nel 2012 Alfano annunciò in pompa magna le primarie del centrodestra per il 12 dicembre, salvo rimangiarsi tutto a schede già stampate. O come quando un anno fa, al momento di scegliere il candidato sindaco di Roma, la querelle primarie sì/primarie no produsse prima le folkloristiche gazebarie della Lega (vinte da Marchini), poi le «bertolasarie» di Forza Italia, vinte chiaramente dall’unico candidato: Bertolaso. Poi la Lega sostenne Giorgia Meloni e Forza Italia Alfio Marchini: giusto per far capire l’attendibilità di quella chiamata ai gazebo.

Così, mentre i partiti tradizionali sembravano essere diventati incapaci di prendere qualsiasi decisione senza consultare i propri elettori (nel tempo si sarebbero viste pure le «primarie delle idee» e persino le «primarie per il simbolo») un comico e un imprenditore del web decisero di portare il concetto alle estreme conseguenze. Nacque così il MoVimento 5 Stelle, che si fondava proprio sul teorema della partecipazione, della democrazia diretta.

Sostanzialmente: se i politici consultano i cittadini anche per decidere che cravatta indossare, chiunque può fare il parlamentare. Basta che diventi semplicemente un portavoce e che consulti costantemente la «base» sulla «rete».

In realtà l’elaborazione era molto più complessa e raffinata: si trattava di tradurre in politica il concetto mutuato dal marketing di «prosumer». Cioè produttore e consumatore al tempo stesso: non acquisto quello che mi propongono, ma costruisco io stesso il prodotto che comprerò. E quindi: non voto il partito che più si avvicina alle mie idee, ma scelgo io le idee del mio partito.

Alla prova dei fatti questo meccanismo si è inceppato: un po’ perché alle votazioni on line partecipano in genere quattro gatti, un po’ perché Grillo e Casaleggio (padre prima, figlio poi) hanno dato l’impressione di indirizzarne il verdetto o di accettarlo solo se confermava il loro volere.

Così primarie, parlamentarie, comunarie eccetera hanno continuato ad avere un valore molto relativo. E tutto questo perché, nonostante se ne parli da anni, nessuno ha ancora proposto seriamente di normarne lo svolgimento per legge: con regole uguali per tutti e albi degli elettori certificati.

Se succedesse questo, le primarie diventerebbero una cosa seria. Ma forse ai partiti non conviene. Forse preferiscono rimangano uno specchietto per le allodole da agitare ogni volta che non c’è altro di cui parlare. Un po’ come quando in ascensore si chiacchiera del tempo con gli sconosciuti.

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