cerca

IL PAESE VERSO LE URNE

Così Renzi e Grillo stanno perdendo la guerra dell'agenda

Così Renzi e Grillo stanno perdendo la guerra dell'agenda

«There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about». E' un passaggio tratto da "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde (1890), che sarà poi declinato in un celeberrimo dogma degli esperti di comunicazione: "Bene o male, purché se ne parli".

Funziona così soprattutto nello star system, ma la politica non è immune da questa tendenza. Che si può tradurre, più precisamente, nella capacità di "dettare l'agenda". Non tanto, quindi, nel mettersi al centro della comunicazione (being talked about). Quanto, piuttosto, nel riuscire a imporre l'oggetto della comunicazione.

In questo caso, il "bene o male" può essere tradotto con "vero o falso". Anche dare una comunicazione infondata, infatti, se riesce a focalizzare l'attenzione su un determinato tema, vuol dire centrare il bersaglio. Al massimo si rischia una smentita. Ma nel giornalismo, si sa, una smentita "è una notizia data due volte". E persino la smentita può essere ridimensionata quando una bufala - Trump docet - può essere trasformata in semplice "fatto alternativo".

Naturalmente questo sistema - in cui cinismo e opportunismo prevalgono su correttezza e onestà - merita di essere stigmatizzato e criticato. Ma è una realtà con la quale i politici devono fare i conti.

Chi detta l'agenda vince sempre? Non è detto. Per mesi, come voleva Matteo Renzi, si è parlato solo di referendum costituzionale. Eppure la sfida è stata persa. Ma farsi dettare l'agenda dagli altri, questo è certo, significa condannarsi alla sconfitta. Ne sa qualcosa Hillary Clinton, che ha trascorso la campagna elettorale per la Casa Bianca ad attaccare le proposte di Donald Trump senza mai riuscire a far risaltare le proprie. Chi ricorda un impegno della candidata democratica nei mesi che hanno portato al voto? Invece, anche in caso di sconfitta di Trump, tutti avrebbero ricordato del muro tra gli Usa e il Messico, della fuga dai trattati commerciali con l'estero, della guerra all'Obamacare sul fronte della sanità.

Un altro maestro nel dettare l'agenda è stato Silvio Berlusconi. Anche quando i sondaggi lo davano all'angolo, l'ex premier ha saputo tirare fuori delle "proposte choc" (il contratto con gli italiani, l'abolizione dell'Ici, la restituzione dell'Imu) di fronte alle quali la sinistra ha reagito sempre allo stesso modo: prima demonizzando le idee del Cavaliere, poi provando a farle parzialmente proprie, inseguendo il leader di Forza Italia sul suo stesso territorio.

Al contrario, Berlusconi si è dimostrato assai poco capace di dettare l'agenda durante i suoi governi. Specie durante l'ultimo, più che dell'attività dell'esecutivo si è parlato dei guai giudiziari del presidente del Consiglio e del bunga bunga.

A questo punto la domanda è scontata: chi sta vincendo adesso? Chi sta dettando l'agenda?

Fino a qualche mese c'era un indiscusso dominatore. Matteo Renzi, dalla battaglia per la rottamazione al Jobs Act, dalla legge elettorale alle riforme costituzionali, dalla (flebile) ripresa economica alla rivincita del Made in Italy, è riuscito per tre anni a orientare tutta la comunicazione politica.

Ma dopo il referendum qualcosa si è rotto. La plastica dimostrazione è arrivata nelle ultimissime settimane. Qualche sabato fa il centrosinistra celebrava due eventi molto attesi: il ritorno in pubblico di Renzi in un'assemblea a Rimini e la riunione a Roma dei comitati per il no al referendum convocata da D'Alema. Ebbene, la sera stessa i telegiornali davano tantissimo spazio alla minaccia di scissione di "Baffino" e pochissimo alle parole di Renzi.

Stesso film nei giorni successivi: Matteo si reca in "incognito" a Scampia per poi svelare la visita dalla sua pagina Facebook, ma i quotidiani gli riservano nella migliore delle ipotesi una fotonotizia. Ancora: l'ex premier inaugura il suo blog con lo slogan "rottamare Dracula" con il quale ipotizza un corposo taglio dell'Irpef, ma tutti i media preferiscono mettersi in fila per chiedere un'intervista a Michele Emiliano. Fino a un epilogo ancora più "triste": l'ultima e-news nella quale Renzi decide di scendere su un terreno sul quale non ha nessuna competenza né autorità, lo stadio della Roma. Ottenendo al massimo l'ironia dei tifosi giallorossi sui social: "Ecco, Renzi è a favore. Vuol dire che non si fa".

Il segretario del Pd non sa più annusare le tendenze dell'opinione pubblica, sembra totalmente sganciato dall'attualità dei bisogni delle persone, pontifica sempre fuori tempo.

Ad approfittare di questo suo momento di sbandamento, però, non è il MoVimento 5 Stelle. Che aveva sì indovinato la campagna sui parlamentari che non vogliono le urne anticipate per maturare il vitalizio, ma poi è stato travolto dal pasticcio Raggi. Da settimane, ormai, l'intero M5S è identificato con le vicende della Giunta romana e non riesce a uscire dall'angolo. Addio alle battaglie sul reddito di cittadinanza, sulla trasparenza, sul taglio dei costi della casta. L'unica ragione sociale della creatura di Grillo sembra essere diventata la guerra ai quotidiani che riportano le vicende del Campidoglio. Con l'unico risultato - si è visto - di fare da ulteriore cassa di risonanza ai guai di Virginia.

Non è un caso che gli ultimi sondaggi abbiano certificato proprio l'erosione del consenso di Pd e Cinquestelle. Secondo la recente rilevazione di Demos, a febbraio il Partito democratico è sceso per la prima volta sotto il 30% da molti mesi a questa parte mentre i grillini hanno addirittura perso due punti percentuali rispetto a dicembre, sprofondando al 26,6%.

Di questa situazione sta beneficiando soprattutto la destra. Che ha dalla sua proprio il controllo dell'agenda politica del momento. Anche se, va detto, è più l'agenda internazionale (crisi delle banche, difficoltà dell'euro, caos immigrazione) ad essere andata verso i temi classici dei "sovranisti" che questi ultimi ad aver imposto i loro argomenti. Resta l'handicap delle divisioni all'interno dell'ipotetica coalizione. Di cui si parla poco a livello mediatico, ma che non sono state ancora risolte.

La sfida è ancora lunga, specie se il voto anticipato diventasse solo una chimera e alle urne si tornasse a inizio 2018. Se Pd e MoVimento 5 Stelle volessero davvero combattere per raggiungere la fatidica soglia del 40% e non solo per difendere il proprio fortino, dovrebbero liberarsi degli argomenti "scomodi" e trovare altri temi su cui puntare. Scissione da una parte, Raggi dall'altra, rischiano alle lunghe di rivelarsi macigni troppo grossi da rimuovere.

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

.tv

Sul palco in bermuda, il balletto di Maradona per Maduro

Choc a Roma: si lancia dal tetto, i poliziotti lo afferrano per le caviglie
Isola dei Famosi hot, la Marcuzzi si lancia su De Martino e resta nuda
Raikkonen spezza una gamba al meccanico della Ferrari