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Notizie - Abruzzo

Alessia Marconi TERAMO L'accusa, per i tre rom indagati per l'omicidio di Emanuele Fadani è gravissima: omicidio volontario aggravato dai futili motivi.

Oggi i due ragazzi arrestati, Danilo Levacovich e Sante Spinelli, difesi dall'avvocati Piergiuseppe Sgura, dopo una prima notte in cella passata in isolamento compariranno davanti al Gip Marina Tommolini per essere interrogati.

Loro, di fronte al Pm Roberta D'Avolio e ai Carabinieri della stazione di Alba hanno negato ogni responsabilità, anche il semplice contatto fisico con Emanuele, scaricando tutte le colpe sul terzo rom, ancora ricercato, Elvis Levacovich. Una versione che per i Carabinieri non corrisponderebbe a verità. «Dalle notizie in nostro possesso sono stati tutti e tre a picchiare - ha commentato il capitano Pompeo Quagliozzi - il concorso in omicidio è pieno e totale». A confermarlo, a quanto sembrerebbe, anche i primi risultati del'autopsia effettuata ieri pomeriggio dall'anatomopatologo Cristian D'Ovidio, alla presenze del perito nominato dalla difesa dei due rom arrestati Grazia Fusaro. L'autopsia parlerebbe di tre colpi in rapida successione, devastanti, da scatenare una copiosa emorragia cerebrale che lo ha ucciso praticamente in pochi attimi. Tre cazzotti, forse tirati a mani nude, al naso, allo zigomo destro e alla fronte. Quest'ultimo, fatale. Ma non sarebbe esclusa l'uso di un tirapugni. La dinamica, secondo le testimonianze raccolte e le dichiarazioni rese anche dal testimone diretto dell'evento, l'amico e collaboratore di Emanuele che era con lui al momento della tragica aggressione, sembra essere chiara. Emanuele e il suo collaboratore si erano dati appuntamento al pub, per un caffè prima di partire alla volta di Imola. Qui l'incontro con i tre rom, che Emanuele conosceva così come in una città come Alba si conoscono tutti. La discussione sarebbe iniziata per futili motivi, probabilmente complice lo stato di ubriachezza dei tre rom. Fuori dal locale parole grosse, l'amico che invita Emanuele a non rispondere, ad andare via. Poi, in pochi secondi, l'aggressione fatale. L'amico, che si trova pochi passi davanti ad Emanuele, viene colpito da un pugno sulla mascella. Cade, l'aiutano a rialzarsi. Si gira e vede Emanuele steso a terra, la testa fracassata, in una pozza di sangue. I soccorsi, immediati e chiamati da passanti, non serviranno a nulla. Emanuele muore lì, sulla strada, senza un perchè che giustifichi l'accaduto, rendendo impossibile ai fratelli, alla ex moglie, alla fidanzata, ai parenti arrivati anche dal nord, di dare un senso alla scomparsa improvvisa del giovane. Senza che qualcuno possa trovare un perchè da raccontare alla figlia di Emanuele, di soli sei anni, che non rivedrà mai più il papà. Dopo l'aggressione i tre si dileguano. Il resto è storia già raccontata. Danilo e Sante poche ore dopo si recheranno in Caserma, diranno di aver asistito all'aggressione. Negheranno ogni responsabilità e punteranno il dito contro Elvis. Elvis che secondo voci diffuse nella giornata di mercoledì si sarebbe dovuto presentare in Caserma spontaneamente. Ma così non sarà. Di Elvis, al momento, non c'è nessuna traccia. Della versione fornita dai due rom arrestati si dirà che coincide con quella del testimone, dell'amico che era con Emanuele al momento della morte. Ma i Carabinieri preciseranno che la versione «coincide in parte», che le risultanze investigative, al momento, confermano il pieno coinvolgimento di tutti e tre. Ed anche sulla decisione dei due rom arrestati di presentarsi spontaneamente in Caserma i Carabinieri diranno che si è trattata di una decisione calcolata. Coscienti della gravità del fatto, si sono presentati per far escludere la possibilità di fuga ed evitare il fermo di polizia giudiziaria. Forse pensavano di poter evitare l'arresto, ma così non è stato. Per Elvis, latitante, è stato invece emesso un fermo di Pg. Le sue ricerche continuano assiduamente, per le Forze dell'Ordine presto anche lui verrà assicurato alla giustizia. «A rendere ancora più tragico l'evento è l'assenza di un movente - ha commentato Quagliozzi - perchè in questa storia il movente non c'è. Si è trattato di una discussione nata per futili motivi, col tragico risvolto di cui tutti siamo a conoscenza». Intanto ieri mattina ad Alba, mentre il comandante provinciale dei Carabinieri di Teramo Antonio Salemme invitava a pacificare gli animi, ad Alba Ariatica, sul luogo della tragica aggressione, sono comparsi dei fiori. E sotto la scritta "Perchè". Una domanda che si pongono in molti, ma a cui nessuno riesce a dare risposte. Qualche risposta si spera esca oggi dal'interrogatorio dei due rom in carcere a Castrogno. Anche se difficilmente ritratteranno la propria deposizione.

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13/11/2009










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