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03/02/2012, 05:30

Notizie - Abruzzo

Alessia Marconi
TERAMO Salvatore Parolisi non frequentava solo le chat, ma spesso su internet visitava anche siti dedicati ai trans.

Spaccati della vita del caporalmaggiore che emergono dalle indagini dei Ros sul suo computer e su quello che utilizzava quando si trovava in caserma e che sembrano andare a puntellare sempre più il movente che secondo la Procura di Teramo avrebbe scatenato l'omicidio di Melania Rea.

Un movente che parla di un uomo stretto tra le sue mille bugie, i sue mille tradimenti. Un uomo che non sapeva più come uscire dalle menzogne raccontate sia alla moglie che all'amante e che forse temeva che Melania, scoperte le sue bugie, lo rovinasse. Un'ipotesi che dopo quanto emerso dagli accertamenti dei Ros non sembra escludere nemmeno il legale della famiglia Rea, l'avvocato Mauro Gionni. «Melania potrebbe aver scoperto sia che il marito intendeva passare la Pasqua con l'amante che le sue chat con dei transessuali - ha commentato l'altro giorno, dopo essere stato in Procura - potrebbero averne parlato e aver litigato». Un doppio tradimento per Melania e che per il legale potrebbe gettare nuove luci anche su quella telefonata fatta da Parolisi ad una delle amiche di Melania, dopo la scomparsa della moglie, per chiederle se si erano sentite e cosa si fossero dette. Di certo secondo l'accusa, nei giorni della scomparsa della moglie, Parolisi avrebbe messo in atto tutta una serie di comportamenti volti più ad un inquinamento probatorio che a chiarire la sua posizione. Ed anche il fatto che il giorno del ritrovamento del cadavere della moglie Parolisi fosse intento a chattare con i trans, come emerso dagli accertamenti dei Ros, potrebbe andare a rafforzare il quadro accusatorio messo nero su bianco dal procuratore Gabriele Ferretti e dai pm Greta Aloisi e Davide Rosati. Un quadro composto da tanti piccoli quadretti, dal movente agli accertamenti tecnici sull'ora della morte e sugli spostamenti di marito e moglie quel 18 aprile, giorno in cui Melania scomparve nel nulla per poi essere ritrovata cadavere due giorni dopo a Ripe di Civitella. Spostamenti ricostruiti non solo attraverso le testimonianze di chi quel giorno era a Colle San Marco e ha raccontato di non aver visto Salvatore e Melania, ma anche e soprattutto attraverso quello che hanno «raccontato» le celle telefoniche agganciate dal cellulare della donna. Sia gli accertamenti dei carabinieri di Ascoli Piceno che quelli dei Ros e dei periti nominati dalla Procura convergerebbero su un dato fondamentale: quel 18 aprile il cellulare di Melania avrebbe agganciato sempre e solo la cella di Ripe, smentendo dunque la ricostruzione di quella giornata data dal marito. Ma non solo. Secondo i carabinieri, infatti, il cellulare di Melania non sarebbe stato sempre nel luogo in cui è stato ritrovato. Nella colluttazione il cellulare sarebbe caduto probabilmente dietro al chiosco in legno che si trova nel bosco di Ripe. E successicamente sarebbe stato spostato. Ma non dall'assassino, forse da chi ha ritrovato il corpo. L'uomo l'avrebbe raccolto, poi facendo qualche passo in più avrebbe visto il cadavere e, preso dallo spavento, avrebbe gettato in terra il cellulare allontanandosi in fretta e furia. Aspetti che sono e saranno al centro della battaglia giudiziaria su Parolisi, da luglio in carcere con l'accusa di aver ucciso la moglie. Accusa a cui si aggiunge quella di vilipendio di cadavere, compiuto, secondo la Procura, per sviare le indagini.

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03/02/2012










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