Un uomo è sparito, inghiottito dalle sabbie mobili di una "giustizia" perversa e senza ritegno che non ha rispetto neanche del più elementare diritto di un imputato, quello alla difesa. Michele Cusanno, 47 anni, residente a Cepagatti, è finito dalla vacanza all'inferno. È stato rinchiuso in un carcere albanese senza aver fatto niente e senza aver avuto neanche la possibilità di difendersi dalle accuse che gli venivano mosse in Marocco, lo stato africano che ha spiccato l'ordine di cattura internazionale a suo carico e dove rischia di essere trasferito se le autorità italiane non si muovono per riportarlo in Italia, dalla sua famiglia. «Per favore - dice la mamma Leda, 70 anni, in lacrime - fatemi parlare col ministro Alfano. Gli voglio chiedere la grazia di intervenire per far tornare mio figlio in Italia, da sua moglie, dai suoi tre bambini, da tutti noi. Non ha fatto niente, non sa neanche perché è stato arrestato. Stiamo vivendo ore di angoscia perché non sappiamo in che condizioni si trovi nel carcere albanese dove è stato rinchiuso da innocente. Sono disposta ad andare anche a piedi dal ministro, lui è l'unico che può fare qualcosa ma l'importante è che si faccia presto». Una storia assurda, incomprensibile, dolorosa, piena di zone d'ombra sul piano giudiziario (ammesso che questo meccanismo infernale possa essere ancora definito tale) e risvolti umani toccanti. «Mia figlia - dice ancora mamma Leda - che ha già subìto un trapianto e che doveva partire in questi giorni per Milano per effettuare il secondo, ha detto che non si muoverà da casa se non arriveranno notizie del fratello». Lui rischia la vita in Albania, dove il carcere è un'esperienza ben più pesante che in Italia (e col rischio di finire nel girone dantesco delle prigioni marocchine), lei rischia la vita in Italia, rifiutando di sottoporsi alle cure in grado di aiutarla se non viene rilasciato il fratello. Una corsa contro il tempo che può avere esiti tragici se la diplomazia italiana non si mette subito al lavoro per riportare a casa Michele. Nel frattempo, riferisce il fratello Luigi, vengono fuori nuovi elementi che rendono la storia ancora più incredibile. Michele Cusanno, in realtà , non è stato mai fermato in Marocco come si pensava in un primo momento. «Cinque anni fa - racconta - mio fratello era andato in vacanza con due amici nello stato africano. Per muoversi usavano l'auto di uno dei due amici che, a un controllo, non risultò in regola. Michele quel giorno però era in albergo, e non fu fermato come invece le due persone che furono anche condannate a tre mesi di carcere. In quell'occasione si prodigò per tirare fuori dai guai l'amico possessore dell'auto incriminato, procurandogli un avvocato. Poi ripartì per l'Italia senza che alcuno avesse mosso addebiti nei suoi confronti». Dopo cinque anni la catastrofe, un epilogo che ha catapultato l'imprenditore e la sua famiglia in un incubo senza fine. «Appena sbarcato a Durazzo, in compagnia del suocero col quale aveva in programma una battuta di caccia - continua Luigi Cusanno - Michele è stato fermato dall'Interpol in base a un ordine di cattura internazionale emesso da un tribunale marocchino dopo essere stato condannato a cinque anni di reclusione per traffico internazionale di auto. Di tutto il processo e della condanna non ha mai saputo niente. In Italia non gli è mai stato notificato alcun atto. Neanche adesso che è stato raggiunto da un ordine di cattura internazionale le autorità italiane sanno niente. Addirittura non si sa nulla neanche di questo ordine di cattura che, in caso contrario, poteva essere eseguito eventualmente in Italia salvo poi attivare i canali internazionali della diplomazia per capire cosa stava succedendo, o meglio, cosa è successo all'insaputa di un uomo che è stato sottratto ai suoi affetti più cari e sbattuto senza motivo in una prigione albanese». Della sentenza fantasma non sanno niente neanche le autorità albanesi che, in mancanza di una specifica richiesta da parte del governo italiano, saranno costrette a "consegnare" l'uomo.
Vai alla homepage
04/09/2010