PESCARA Sotto la scure dei tagli agli ospedali è capitata anche l'Unità operativa di malattie infettive del nosocomio di Pescara, dal 2008 Centro di riferimento regionale per Hiv, epatiti e tubercolosi: personale ridotto e day hospital terapeutici svolti nei corridoi ne ostacolano infatti l'efficienza. Solo sei medici e un primario non bastano a seguire i quasi 1200 pazienti cronici in carico: attrezzati per 30 prestazioni al giorno tra ricoveri e consulenze ambulatoriali, devono invece fronteggiare una circolazione media di oltre 50 persone, più i circa 10 casi da valutare che ogni giorno provengono dal Pronto Soccorso e che sotto il periodo dell'influenza raddoppiano. Numeri che fanno straripare la sola ala dell'ospedale ora a disposizione, rispetto alle due assegnate sulla carta. «Nella stessa area di degenza oggi sono assistiti, insieme agli altri, sia i pazienti Hiv positivi sia i pazienti con tubercolosi – spiega Giustino Parruti, responsabile dell'Unità operativa –. Il personale infermieristico è in altrettanto grave carenza, e da gennaio potrebbero venire a mancare altre 4 unità . Ci salvano, per il momento, i fondi dei progetti speciali, le borse delle Fondazioni e uno specializzando dell'Università d'Annunzio. Tanti giovani meritevoli che formiamo con passione sono costretti a cercare lavoro altrove». I circa 1200 pazienti cronici seguiti ogni anno (da 3 a 8 accessi a testa) sono rappresentati per la metà dai malati di epatite C; nel giro di cinque anni sono cresciuti del 400% i malati di epatite B raggiungendo le 150 unità . Il resto è costituito da casi di tubercolosi e da una folta schiera di sieropositivi per Hiv. La società oggi sconta la disinformazione degli anni '90, prima, cioè, che si cominciasse a parlare di Aids. L'età media dei circa 400 sieropositivi seguiti a Pescara è di 42 anni, e negli ultimi 36 mesi la metà delle 100 nuove diagnosi è stata di Aids. «Quasi tutti hanno contratto il virus dell'Hiv tramite rapporti sessuali – dichiara Giustino Parruti – e quando arrivano da noi hanno lasciato passare troppo tempo: il virus impiega infatti circa 10 anni a distruggere l'immunità ». L'Aids non è più la «malattia dei gay»: gli omosessuali rappresentano il 25% degli infetti e i bisessuali il 10%. I restanti sono persone insospettabili, per la maggior parte maschi, che conducono una vita ordinaria e che, come conclude Parruti, «fanno spesso di tutto per non aprire gli occhi sui sintomi sospetti derivanti man mano dall'infezione». Eppure bastano appena tre settimane da un rapporto a rischio e un normalissimo esame del sangue per scoprire il virus in tempo: per questo l'Unità proporrà di condurre l'anno prossimo un progetto di prevenzione dedicato ai giovani.
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27/07/2010