Un modo di dire tutto italiano, frutto della nostra storia. Piove, Pescara si allaga. Anche questa è storia vecchia, che si ripete all'infinito, come una stucchevole soap opera di seconda o terza fascia di cui non si intravede la parola "fine". Anche ieri sono bastati 15 minuti, a essere di manica larga, per veder riaffiorare il peggio del peggio delle deficienze di cui soffre la città . Tombini ostruiti, rete fognaria al collasso, ampi tratti di allagamento, centralino dei vigili del fuoco subissati di richieste, ciclisti e motociclisti disperati nel guadare fiumi e laghetti urbani, auto in sosta irraggiungibili senza un buon paio di stivali. Le cause sono note, i rimedi anche. Peccato che per questi ultimi non si faccia nulla e che, immancabili come le cambiali in scadenza, ogni volta si riproponga il solito copione di recriminazioni, scaricabarile, accuse e difese. Tutte frasi trite e ritrite, dalla manutenzione (che non si fa o si fa male) all'imprevedibilità delle condizioni meteorologiche (imprevedibili? ai tempi dei satelliti?). Come se vedere Pescara allagata fosse destino, una sorta di maledizione in sedicesimo dell'acqua alta a Venezia. Alle 15.30 di ieri, ovvero due ore e mezza dopo lo scroscio, persino il nobilissimo viale Kennedy era ancora preda dell'acqua in ristagno ai bordi della strada. Non è questione di morofologia cittadina o di quartieri, dei Colli cementificati o della periferia abbandonata. Il temporale, da questo punto di vista, è come la livella di Totò: rende tutti uguali, anche i più uguali di orwelliana memoria. Vergogna, anzi tre volte vergogna per chi non ha fatto, non fa e non farà : destra, sinistra e centro, buoni a starnazzare come le oche del Campidoglio quando sono all'opposizione e a sperare nello stellone quando siedono sulla tolda di comando della nave. Che fa acqua, fa sempre acqua.
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25/07/2010