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06/03/2009 05:15

musica

Griffe e ambiente, ecco la nuova Pausini

Laura Pausini

{{IMG_SX}} Chissà come sarebbe diventata, se quella sera a Hollywood, alla megafesta di Barbra Streisand, avesse accettato la proposta di matrimonio di Jim Carrey. Di certo, avrebbe perso quel nonsocosa che la mantiene in equilibrio fra mondo e campanile, con quella sua immutata trepidazione prima di ogni concerto, come se invece di essere la cantante italiana più famosa del pianeta fosse una debuttante a Castrocaro. Ha venduto 45 milioni di dischi, è un brand tricolore che non conosce recessione, e i biglietti per il suo tour, inaugurato ieri dal Palaolimpico di Torino (a Roma è attesa per tre show dal 14 al 16 di questo mese), sono in rapido esaurimento in quattro continenti.

Eppure Laura è tutto meno che un'algida superstar del pop: riesce a sembrare ancora la ragazza che ti dà il tormento perché non la porti mai a una pizza e birra dopo il cinemino. A pochi minuti dalla partenza di una macchina di spettacolo così complessa eccola lì a spiegarti che va a fare qualche esercizio per rilassare il collo, «perché la logopedia, alla quale sono costretta, rischia di frantumarti la voce». Scaramanticamente, ha voluto che questa gita da 14mila chilometri in 90 giorni (la prima tranche di 40 date tra Italia e Europa) iniziasse proprio dal capoluogo piemontese, stesso blocco di partenza della fortunata tournée 2005. Nessuna dedica per il suo fan Tremonti, stavolta, «ma solo per me stessa, perché ho la tremarella», figurarsi. Ha controllato che il numero "9", per lei nefasto, sparisse dalle date e dalle liste delle canzoni, e poi via, per le due prime ore su quel palco che diventa di nuovo la sua casa mobile, o meglio il suo ring, come mostrano le immagini kabuki a sipario chiuso, e poi quelle più avanti nel cuore della serata, lei che si fascia le mani come un pugile.

Ti dice: «Non sono vecchia, ma...». E in quell'esitazione c'è il ticchettio dell'orologio biologico e artistico di una 35enne che rivendica una maliziosa sensualità ma progetta di diventare mamma appena avrà un'agenda favorevole, e intanto «sente la scarica di adrenalina dei giovani che mi accompagnano in scena»: in effetti il racconto si dipana in 35 canzoni in cui, spiega, «l'ultima nota, quella che chiude il bis de "La solitudine", è la stessa che apre il concerto con "Invece no"». Un tempo circolare, dunque, una suggestione quasi inconscia dove il primo successo (quello del trionfo da ragazzina spaurita a Sanremo '93) si lega al più recente hit. Dopo "Destinazione Paradiso", chiesta in prestito a Grignani, confiderà al pubblico che «in certi momenti della mia vita ho avuto bisogno di appoggiarmi a certe canzoni, come se nonostante il successo non avessi avuto fiducia in me». E poi: «Non bisogna mai aver paura di conoscere se stessi».

Stavolta Laura punta a un made in Italy totale: con gli abiti sexy-fashion-casual griffati Armani, che lei ha voluto, spiega, pensando alle soluzioni escogitate dallo stilista per Alicia Keys, Beyoncé e Tina Turner. Il più "glamourous" lo indossa durante un solo brano, quel "Sorella terra" che è un po' il suo inno ecologista. Ci dice: «I lustrini e l'eleganza di questo vestito devono fungere da contrasto con le immagini che scorrono sul maxischermo, dove vediamo la natura oltraggiata da tanti che, magari in buona fede, non si rendono conto di favorire questi mutamenti climatici. Io che appaio piena di luce e dietro di me il fango, le alluvioni e l'offesa all'ambiente. Ho cercato di documentarmi molto per far passare questo messaggio, condivido quel che propongono Al Gore e Bono, offro le mie parole registrate per amplificare la speranza di sottrarci al disastro». A un certo punto, dopo "Le cose che vivi" risuona un'altra nota "dura", imprevedibile: l'omaggio alle vittime della Thyssen, «perché non possiamo dimenticare chi ha perso la vita in questa città semplicemente facendo il proprio lavoro».

Naturalmente, è il tipo di concerto in cui è subito karaoke: e i cori incessanti dei diecimila fans torinesi sono i primi a farle da ala portante. Delle sue proposte live, questa si annuncia più curata e movimentata di ogni altra: non una comoda quota di volo per la sua voce, ma un gioco in cui la band, capitanata dal chitarrista Paolo Carta (suo compagno e autore del brano con cui l'omonimo ha sbancato l'Ariston due settimane fa), partecipa senza riserve a una festa ingolosita da ciotole pop e qualche cucchiaiata di rock: tre medley forniscono gli snodi della scaletta, da quello più irruento a quello più unplugged, (tutti i musicisti al proscenio, e qui l'impasto dei cori funziona davvero), su un palco sormontato da più di trenta tonnellate di luci (otto delle quali pendono giù come mastodontici orecchini a goccia) e coronato da quattro schermi, il più grande dei quali lungo 24 metri, perchè nell'epoca di Mtv anche lo show più minimale deve ammaliare l'occhio.

I successi ci sono tutti: da "Vivimi" a "Un'emergenza d'amore", dal prossimo singolo "Un fatto ovvio" (con una clip firmata Morbioli che è quasi una fiction) "Strani amori" (con un arrangiamento più efficace dell'originale) a "Io canto". Quanto a "Primavera in anticipo", vista la pioggia che imperversa ovunque, ormai è una specie di invocazione. Magari funziona.

Stefano Mannucci, inviato a Torino






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