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Notizie - Politica

21/02/2012, 05:30

New Delhi ha violato il diritto internazionale

L’esperto: la competenza e la giurisdizione sono italiane ma l’unica strada percorribile è quella diplomatica.
 

Una immagine della petroliera Enrica Lexie «È una questione che deve essere trattata a tutti i livelli ed è stata trattata in queste ore, così come dall'inizio, a tutti i livelli, politici, diplomatici e anche attraverso contatti e consultazioni discrete». Il ministro degli Esteri Giulio Terzi non nasconde la preoccupazione per il caso dei due marò fermati in India per il caso della Enrica Lexie: «Intendiamo mettere in atto tutti gli sforzi per risolverlo rapidamente - ha infatti aggiunto il responsabile della Farnesina - ma ci sono allo stato delle cose considerevoli divergenze di carattere giuridico». Terzi ha evidenziato un altro aspetto di cui tener conto: le elezioni in corso nello Stato del Kerala. «Indubbiamente, me lo ha indicato nella conversazione che ho avuto con lui il ministro degli esteri indiano Krishna, influiscono sulle emozioni della cittadinanza e di conseguenza rischiano di poter avere qualche influenza sulle indagini» ha spiegato, sottolineando come «la situazione che si è venuta a creare è complessa e presenta degli aspetti di natura giuridica, di diritto internazionale e di diritto interno». Tuttavia «confidiamo che sia a livello federale sia a livello dello Stato del Kerala si possa avviare una collaborazione concreta nell'indagine e nella comparazione di dati. Noi siamo sicuri che vi sono degli elementi che non sono stati finora considerati. Inoltre gli incidenti sono stati almeno due in quella zona di mare, ad orari diversi» ha concluso il ministro. I due militari italiani sono stati portati davanti a un giudice con l'accusa di omicidio prevista dalla sezione 302 del codice penale. Un'accusa che prevede anche la pena capitale. Qual è la procedura prevista in questi casi? Lo abbiamo chiesto al professor Umberto Leanza, dal 1981 professore ordinario di diritto internazionale presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Tor Vergata, già Capo del Contenzioso Diplomatico, Trattati e Affari legislativi del Ministero degli Esteri ed autore di numerose pubblicazioni, in particolare sul diritto internazionale della navigazione: «Non posso rispondere con precisione. Una delegazione italiana è già partita per l'India per apprendere gli elementi di questa vicenda e seguire passo dopo passo tutta la procedura giudiziaria. Quello che sappiamo è che esistono precise norme internazionali». Cosa prevedono? «Ci sono due aspetti importanti da tener presenti. Il primo è che quando avvengono incidenti del genere in alto mare la competenza è dello Stato della bandiera che batte il natante. In questo caso stiamo parlando di acque internazionali, sia che si tratti di 33 miglia dalla costa, come sostengono i nostri militari, sia che la distanza sia di 22,5 miglia, come sostiene l'accusa (il limite delle acque territoriali secondo la convenzione di Montego Bay è di 12 miglia, ndc). Il secondo aspetto fondamentale è che quando il fatto specifico è posto in essere da organi di uno Stato, come nel caso di militari, la giurisdizione è dello Stato a cui appartengono. Dunque ci sono ben due motivazioni che portano ad escludere l'applicabilità e la competenza dell'autorità giudiziaria indiana sulla base delle norme internazionali». Resta il fatto che il giudice ha deciso di rinviare una decisione sul destino dei due marò. Cosa rischiano? «Rischiano un procedimento che non sappiamo come potrebbe andare a finire. Però ritengo che secondo il diritto internazionale la competenza sia dei tribunali italiani». Ma quali strade si possono seguire per raggiungere questo obiettivo? «Diplomatiche, esclusivamente diplomatiche. Ritengo eccessivo, almeno in questa fase, un ricorso alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja, che dovrebbe rappresentare l'estrema ratio. Come escludo un ricorso alla Corte penale internazionale, che si occupa di crimini internazionali ma non è questo il caso». Il ministro degli Esteri Terzi ha auspicato maggior collaborazione da parte delle autorità indiane. «È nell'indole del nostro Paese, in pieno spirito di cooperazione. C'è solo da sperare che da parte indiana accada lo stesso». Però da quanto emerge la «Enrica Lexie» sarebbe stata attirata nel porto di Kochi con l'inganno: non è un ulteriore elemento di gravità? «Senza dubbio. Probabilmente un comandante più accorto avrebbe continuato per la sua rotta. Invece da quanto mi risulta dopo essersi consultato con l'armatore ha deciso di aderire all'ordine della Guardia costiera indiana e in questo ha sbagliato. Anche in questo caso, tuttavia, siamo di fronte allo "stile" italiano e penso di comprenderlo: avrà pensato che non avendo nulla da temere, con il suo comportamento avrebbe evitato guai peggiori».

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Andrea Acali

21/02/2012

  • 21/02/2012 11:53
    e sai quanto gliene frega all'India di fronte a un paese di "cacca" come l'Italia, in cui se il polizziotto insegue il delinquente e spara è il primo ad essere inquisito e non il delinquente che, spesso, se per sua fortuna non è morto, la impeccabile magistratura mette subito in libertà?
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