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Notizie - Cultura e Spettacoli

10/02/2012, 05:30

di Francesco Damato
Il mio vecchio amico Valentino Parlato, a 81 anni compiuti martedì scorso e felicemente portati, ne ha viste veramente di tutti i colori in tutta la sua vita, ma particolarmente in questi ultimi tempi.

Ha prima assistito all'ingloriosa fine del "suo" Gheddafi, nel quale aveva riposto, senza attendere né Giulio Andreotti, né Romano Prodi, né Massimo D'Alema né infine Silvio Berlusconi, l'illusione di una Libia accettabile, quasi socialista, dove egli era nato quando era colonia di un'Italia ben fascistizzata.

Ora egli deve partecipare all'ennesima crisi, forse la più rischiosa e ultima davvero, del "suo" giornale, "il manifesto", dove ha trascorso nel senso letterale della parola, assumendone per un po' anche la direzione, metà della sua esistenza. Non dimenticherò mai la curiosità direi affettuosa con la quale, sfidando il conformismo dei suoi compagni, per i quali bastava ed avanzava il fatto che lavorassi a "il Giornale" di Indro Montanelli, peraltro reduce dal "Giornale d'Italia" diretto da Alberto Giovannini, per considerarmi un fottuto reazionario, egli voleva che gli parlassi delle vicende interne della Democrazia Cristiana. Di cui mi considerava, bontà sua, uno specialista perché - mi diceva - "finisci sempre per prenderci". Sapevo in effetti districarmi, modestamente, tra le astuzie, i silenzi, i depistaggi e quant'altro dei due "cavalli di razza" dello scudo crociato, quali erano considerati in quei tempi Aldo Moro e Amintore Fanfani, e dei ronzini che affollavano le scuderie del maggiore partito italiano. E io di rimando, con altrettanta curiosità e simpatia, cercavo di capire meglio attraverso le sue riflessioni e persino sospiri le vicende interne del secondo partito italiano, il Pci. Dove Valentino aveva a lungo militato, finendone anche lui espulso, come i suoi compagni Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli e Lucio Magri. Che, in quanto esponenti di maggiore spicco, si erano guadagnati il 24 e il 25 novembre del 1969 il diritto e l'onore, diciamo così, di un processo, per quanto sommario, di radiazione dal partito per averne osato sfidare la linea pubblicamente, e con un embrione di organizzazione correntizia. Lo avevano fatto con la loro rivista - allora - che con quel nome - "il manifesto" appunto - più chiaramente e limpidamente non poteva gridare la discendenza ideologica da Marx e l'attaccamento al comunismo. In particolare, i compagni di Parlato si erano permessi di strillare nel titolo di un editoriale: "Praga è sola". Prima invasa dai carri armati sovietici, accorsi nell'agosto del 1968 a schiacciare nel sangue una rivolta popolare di stampo non "capitalistico", come si erano affrettati a liquidarla a Mosca, ma socialista. E poi abbandonata, nel silenzio della repressione o "normalizzazione", da un Pci che lì per lì aveva mostrato o tentato di sostenere quella che era stata definita "la primavera di Dubcek". I poveri esuli cecoslovacchi corsi a Roma nella convinzione di trovare ospitalità e aiuto alle Botteghe Oscure, trovarono le porte del Pci praticamente sbarrate. Gli unici ad accoglierli e a proteggerli furono a sinistra i soliti socialisti, particolarmente quelli di Bettino Craxi, ancora lontano allora dal traguardo della segreteria del partito. La radiazione dal Pci di quelli de "il manifesto", trasformatosi nel 1970 in un quotidiano, era dunque scontata. E gli eretici - come altro si potevano chiamare ? - vissero la loro avventura tra l'orgoglio e la sofferenza del distacco forzato da qualcosa che era stato per tanto tempo ben più di un partito: una casa, una famiglia. Di quel misto di sentimenti vedevo i tratti fisici e sentivo quasi l'affanno nel volto e nelle parole di Valentino quando cercavo di farlo parlare del Pci, dei suoi primi, visibili strappi da Mosca, di quel suo approccio al compromesso storico prima e alla solidarietà nazionale poi: tutte cose di cui Parlato discorreva con un certo scetticismo, stringendo gli occhi, lui che di solito li spalancava e li spalanca, anche se è ormai da tempo che non ci vediamo e non sentiamo più. Ci siamo persi un po' di vista. Ed ora lo immagino con la sua solita ostinazione, e ironia, impegnato a superare quest'altra curva pericolossima della corsa interminabile del suo giornale. "Senza fine", titolava ieri su tutta la prima pagina con la sua solita efficacia "il manifesto" annunciando ai lettori il rischio di chiudere, ma insieme la volontà di "resistere", dopo l'avvio delle procedure ministeriali di liquidazione coatta amministrativa per mancanza di fondi. Ma soprattutto per lo sperpero che si è fatto sino ad ora di quelli destinati all'editoria politica, o parapolitica, sovvenzionata dallo Stato, usati purtroppo per tenere in vita anche testate fasulle, di nessuna rilevanza diffusionale e poca consistenza pluralistica, che a quelli de "il manifesto" non meriterebbero neppure di lustrare le scarpe, per quanto si possa contestare la loro linea.

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10/02/2012










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