AdnKronos

 scorri notizie più vecchie
 scorri notizie più recenti

Rassegna stampa

Tempo.it nel Web con Google

HOME POLITICA INTERNI-ESTERI ECONOMIA SPORT SPETTACOLI PIZZI..cati channel VIAGGI HI TECH SHOPPING MULTIMEDIA SONDAGGI LAVORO
Roma Latina Frosinone Lazio Nord Abruzzo Molise ABBONAMENTI CASE FINANZA
  • stampa
  • dizionario

    Trova significati nei dizionari Zanichelli

    In questa pagina è attivo il servizio ZanTip:

    Facendo doppio click su una qualsiasi parola presente nell'articolo, sarà visualizzata la definizione della parola, così come è stata pubblicata all'interno del Vocabolario della Lingua Italiana Zingarelli 2010.

    Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

Notizie - Cultura e Spettacoli

09/02/2012, 05:30

Walter Pedullà

«Ungaretti cambiava di continuo. Svevo rifece Senilità, in peggio»

Sono i poeti, più che i prosatori, a lavorare di lima.

Lo rammenta il decano degli italianisti, Walter Pedullà. «Ungaretti faceva e rifaceva i suoi versi, ne trovava molte varianti - dice a Il Tempo - Ma ne aveva ben donde. Il suo poetare essenziale, fatto di scarne parole, richiedeva più di ogni altro lo scavo linguistico, il prosciugamento dell'espressione. Parola perspicua è la sua, dunque doveva essere quella esatta, in assoluto». Ma non sempre rifare è sinonimo di migliorare. «Italo Svevo - spiega Pedullà - fu toccato dalle critiche al suo romanzo "Senilità". Lo accusavano addirittura di non saper scrivere in italiano. Così l'autore triestino riscrisse il libro. Ma era indubbiamente più bella la prima versione». C'è tutta una scuola filologica che esamina come cambia un testo, appunto la «variantistica», che in Italia ha il nume tutelare in Gianfranco Contini. «I suoi allievi - nota Pedullà - lavorano per individuare i passaggi delle stesure finché lo scritto si stabilizza. E anche tra i narratori ci sono le indoli flaubertiane, quelli che cercano "le mot juste". Romano Bilenchi è uno di questi». Ma gli scrittori confessano di aver cambiato, oppure tendono a glissare sui pentimenti? «I reticenti sono la maggior parte. Sperano in lettori non filologi, che non si accorgano delle minime varianti, perché talvolta si tratta di modificare una virgola. Del resto pescare nelle varianti è come lavorare in un pozzo infinito. Nel medioevo l'operazione di intervenire su un testo originario per scoprire che cosa ci fosse sotto si chiamava palinsesto, la parola che ora è comunissima per indicare il lavorio di fa e disfa che c'è dietro la formulazione dei menù televisivi. Adesso per poeti e narratori è tutto più facile. Scrivono al computer. Se cambiano, basta cliccare con il mouse e del pentimento non rimane traccia. Resta solo da chiedersi se la versione definitiva è davvero quella che piacerà di più al lettore. Forse la pagina scritta di getto, non troppo pensata conserva una suggestiva freschezza. Quanto ai filologi, il loro esercizio risulta prezioso. Nelle edizioni critiche segnalare i cambiamenti a piè pagina è fondamentale per comprendere non solo l'ispirazione, ma il carattere, l'anima, i tormenti dell'autore». Li. Lom.

Vai alla homepage

09/02/2012










Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro