Trecento anni fa, il 24 gennaio 1712, Federico II segnava con la sua nascita la corsa dei "barbari" delle spiagge sabbiose del Baltico a fattore determinante della politica europea, nel bene e nel male. Prima la Prussia, poi la Germania. Oggi che la Prussia non è più Germania, la figura dell'Hohenzollern continua in qualche modo a rappresentare le due anime tedesche: la cultura e la forza. Allora militare, oggi economica; allora con le baionette (e poi con le panzerdivisionen), oggi con la lacomotiva che traina l'Europa e si sbarazzerebbe volentieri di qualche vagone che ne frena la corsa; allora con un re oggi con una cancelliera come Angela Merkel. Se il bianco e nero della Prussia degli Hohenzollern è sparito dalla bandiera ed è rimasto sulle maglie della nazionale tedesca (guarda caso, la vicenda è simile all'azzurro Savoia dell'Italia), la figura di Federico II rimane legata alla storia non solo guerresca del Paese più grande d'Europa. La sua parabola abbraccia ambizioni e controsensi. Il re guerriero amava più i bei tenenti che le sottane muliebri (fu costretto a sposarsi e non ebbe discendenti), si esaltava per il rombo dell'artiglieria così come per armonie e contrappunti (l'Offerta musicale di Johann Sebastian Bach è su un tema del re, flautista e compositore di un ricco catalogo che riuscì a scrivere tra una battaglia e l'altra), cercava il bello e militarizzò la Prussia per farne la guida della nazione germanica. Volente o nolente fu un modello per chiunque volesse trovarci quel che c'era o faceva comodo trovare in una personalità così complessa, di chiaroscuri e sfaccettature. Lodato da Voltaire, che poi rovesciò contro di lui il suo giudizio, visto con speranza dagli intellettuali di mezza Europa, senza pregiudizi religiosi, non si perse nessuna guerra, dissanguò il suo Paese ma lo fece grande. Morì nel 1786.La sua vittoria più prestigiosa non era stata sul campo di battaglia, ma sull'analfabetismo dei sudditi.
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25/01/2012