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Notizie - Politica

15/01/2012, 05:30

Gli scogli sconfiggono anche un gigante

Di GIUSEPPE SANZOTTA Nessuno scoglio misterioso e ignoto. La verità appare elementare: quella nave navigava troppo vicina alla costa. Troppo esposta ai pericoli. Tanto che una sottovalutazione non lascia scampo.

Il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino Se penso alla mia barchetta di 10 metri e alla cautela con cui navigavo intorno all'isola del Giglio trovo di una impressionante leggerezza il fatto che un gigante di ben 290 metri di lunghezza, grande quasi come tre campi di calcio, arrivi a sfiorare quegli scogli. Ora saranno le inchieste a far luce sulla vicenda, sulle cause. Per ora sono pesanti le accuse nei confronti del comandante agli arresti.


Ma come può accadere una cosa simile? Il comandante nella sua disperata difesa ha spiegato che l'impatto c'è stato con uno sperone di roccia non segnalato. In sostanza ha assicurato che sotto lo scafo dovevano esserci decine di metri di acqua e non delle rocce. Una versione che però lascia perplesso chi conosce quelle acque. E che non ha convinto gli inquirenti che lo hanno arrestato con pesantissime accuse. Quella tesi difensiva appare poco credibile, sulle carte nautiche sono sempre segnalati sia gli scogli che la profondità. In questo caso, inoltre, è un tratto di mare che, soprattutto in estate, è affollato da centinaia di imbarcazioni, acque conosciute dai diportisti, dai pescatori, dagli abitanti della zona. Spiace per il comandante, ma quella versione è risibile. E non ci vorrà molto agli esperti per stabilire che non ci sono zone oscure in quella parte di mare. Nessuno scoglio misterioso e ignoto. Diciamo che la verità appare elementare: quella nave navigava troppo vicina alla costa. Troppo esposta ai pericoli. Tanto che un errore, una incertezza, una sottovalutazione, una indecisione, non lasciano scampo. Certo la tecnologia aiuta. Ecoscandaglio, gps satellitari e altre diavolerie tecnologiche dovrebbero garantire sicurezza. Aiutare timoniere e comandante. Ma se un errore su una piccola imbarcazione può essere corretto in pochi metri, per un gigante come quello occorre tanto, troppo. Errore delle macchine? Non è da escludere in teoria, ma la compagnia assicura che quella città viaggiante non era affidata solo ai computer, nella cabina di comando c'era anche il capitano, c'erano altri ufficiali. Probabilmente proprio perché passare in quello stretto può esser rischioso. E la guida tecnologica non sostituisce l'uomo.


Già, ma perché passare in quel punto, perché avvicinarsi così all'isola? Sempre dalla società di navigazione assicurano che è una rotta ripetuta 52 volte l'anno. Ma questo non garantisce nulla. Perché rischiare? Per far vedere ai turisti quella perla del Tirreno da vicino? Stavolta da troppo vicino, e per 4 mila questa emozione è costata una notte da incubo e ha provocato morti e feriti. Il comandante è stato arrestato, per i magistrati ha sbagliato, è stato avventato, la sua condotta ha portato all'impatto con uno scoglio. Del resto le sue tesi difensive erano apparse subito poco credibili a chi conosce un poco il mare e quella zona. Una difesa disperata. Ma è lecito chiedersi perché quei bestioni devono fare un pachidermico zig zag tra isole, scogli e promontori con migliaia di persone a bordo? Partendo da Civitavecchia per andare a Savona non sarebbe stato più facile e sicuro passare ad ovest dell'isola del Giglio? Navigare in mare aperto lontano dai pericoli oltre che dalle luci della costa? Chiunque vada in barca per turismo o per professione sa bene che sia con il bel tempo che con la tempesta i rischi aumentano con la vicinanza alla terraferma. E i pericoli sono tanto più grandi quanto maggiore è il pescaggio (cioè la parte dello scafo immerso) e le dimensioni della nave.


Ricordo che quando 20 anni fa feci la mia prima uscita al timone della mia barca in quella zona l'ormeggiatore mi raccomandò più volte con fare paterno: attenzione agli scogli, navighi lontano dalla costa. Un consiglio che ho sempre seguito nonostante il mio scafo non pescasse più di mezzo metro. Ma io ero e sono un dilettante, timoroso, consapevole dei miei limiti, per questo prudente. Chi è un lupo di mare ha troppa fiducia nelle proprie capacità e sottovaluta i pericoli. Così adesso quelle 114 mila tonnellate di acciaio sono piegate e inermi davanti a a un'isola e forse con un pesante carico di morte all'interno. Rimane la domanda: perché un'emozione deve trasformarsi in tragedia? E un ammonimento: anche un gigante deve rispettare il mare. Lui è sempre il più forte.

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Giuseppe Sanzotta

15/01/2012

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