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Notizie - Cultura e Spettacoli

08/12/2011, 05:30

Il libertino è mutato dal regista Carsen in un intellettuale alla Camus. Perfetta la bacchetta di Barenboim

Mozart allo specchio con il suo diabolico eroe

E fu Don Giovanni all'avvio della stagione scaligera.

Un Don Giovanni mozartiano attesissimo, gelosamente nascosto sino alla vigilia come una sorta di segreto copyright di cui a far da garanti erano il direttore Daniel Barenboim e il regista canadese dalle scelte imprevedibili Robert Carsen alla suo debutto meneghino. Una produzione, che oltre a quello del regista segna anche il battesimo nel ruolo di Donna Anna dell'avvenente Anna Netrebko, un pochino sovrappeso dopo la recente gravidanza. Un Don Giovanni intellettuale, elegante, filtrato da Camus e Kirkegaard come un libertino carico di energie, di inquietudini annegate sotto la ricerca di continue conquiste femminili, un seduttore che fa ruotare il mondo attorno a lui incantandolo con magnetismo ipnotico. Non è un perfido, piuttosto un temerario che non ha paura di nulla, a modo suo coerente sino alla fine. Vive solo nel presente che per lui è proprio il Teatro alla Scala, che diventa elemento scenografico sin dalla Sinfonia, quando uno specchio deformante riflette l'immagine della sala del Piermarini. Tutto da allora è ritratto all'eccesso, con esagerazione teatrale: lo specchio raddoppia i personaggi a sottolineare la doppiezza dell'iperattivo libertino. I costumi guardano al moderno, come in una rilettura postuma alla Thomas Mann. Incisiva la volitiva Donna Anna racchiusa nel suo lutto dalla Netrebko, strepitoso il Leporello in livrea da maggiordomo del corpulento Bryan Terfel che snocciola le conquiste amorose del padrone come le tacche dei marinai. Un po' lezioso il Don Ottavio di Filianoti, avvincente la disarmante Elvira viaggiatrice (con trolley al seguito) di Barbara Frittoli che sottolinea con un inatteso strip la sua arrendevolezza. Rodato il Don Giovanni sfaccettato di Peter Mattei, che non riesce a farsi passare per una simpatica canaglia. La lucida e fantasiosa lettura di Barenboim coglie il lato demoniaco e quello giocoso e cura a dovere recitativi e concertati. Nella innovativa lettura scenica (la collocazione è quella di una borghesia medio-alta con abiti griffati ed eleganti ) tutto appare esplicito fin dall'inizio e culmina nell'apparizione a sorpresa dal fantsma del Commendatore nel palco presidenziale e alla fine fuori dalla sua bara. Realtà e illusione si confondono così fino all'epilogo catartico. Lorenzo Tozzi

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08/12/2011










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