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Notizie - Politica

28/10/2011, 05:30

di Mario Seminerio
Ieri i mercati si sono svegliati di ottimo umore, dopo che il vertice europeo ha fatto le 4 del mattino per giungere a definire un piano per realizzare un'agenda per accordarsi su quello che andrà fatto nei prossimi euro-vertici.

Ironie a parte, il quadro che emerge dall'ordalia di quasi una settimana, giocata tra Bruxelles, Berlino e Parigi è, in primo luogo, che i creditori privati della Grecia «dovranno» accettare una ulteriore decurtazione al valore facciale dei titoli di stato ellenici, portandolo al 50 per cento.

La cosa più problematica, in tutto ciò, è che nessuno ha avuto il coraggio di precisare se l'operazione è davvero volontaria oppure imposta. Nel secondo caso, il rischio è che si crei un «evento di credito», che attiverebbe un «regolamento di conti» attraverso i credit default swap, le famose e famigerate assicurazioni sul dissesto di un debitore. Inoltre, durante i festeggiamenti, nessuno ha detto che questo «taglio di capelli» alle posizioni delle banche servirà solo a portare (entro il 2020!) il rapporto debito-Pil greco all'assai poco rassicurante livello «italiano» del 120. Il tutto pregando che non accadano altri guai, cosa che invece è praticamente certa. Si è poi taciuto il fatto che la Banca centrale europea non subirà alcun taglio del valore nominale del debito greco da essa posseduto, perché se ciò accadesse l'istituto guidato da Mario Draghi brucerebbe il proprio capitale. Dalla svalutazione del debito greco conseguono le esigenze di ricapitalizzazione delle banche. E qui vengono i problemi per il nostro paese. La metodologia prescelta è basata su una data misura di decurtazione del valore dei titoli dei PIIGS che gli istituti hanno in pancia. Fotografando i prezzi al 30 settembre si ottiene una severa penalizzazione per le nostre banche (causata dai prezzi depressi del nostro debito sovrano), una molto più lieve per quelle francesi e britanniche, ed un premio a quelle tedesche, che peraltro hanno fatto i «compiti a casa» meglio di chiunque altro, riducendo fortemente le esposizioni problematiche ai paesi del Club Med. Vedremo come i nostri istituti reagiranno, visto che dovranno chiedere soldi dapprima ai propri azionisti, che non è detto li abbiano. Altro punto di grande incertezza è il veicolo di stabilizzazione finanziaria (EFSF). I tedeschi si sono fermamente opposti al suggerimento francese di farne una sorta di banca con il supporto della Bce. Il risultato è che avremo (forse) un fondo «assicurativo», che dovrebbe garantire il 20-30% di eventuali perdite su titoli di stato di nuova emissione. E che non servirà a nulla, visto che, data la natura sistemica (leggasi «contagiosa») della crisi, la correlazione tra Paesi è altissima. In soldoni, se sta male l'Italia, la Spagna ben difficilmente ne esce indenne. Una «garanzia sulle perdite» del 20-30% del valore facciale è semplicemente il nulla. L'intera giostra infernale riprenderà quando i dati macro evidenzieranno che l'Eurozona è caduta in recessione e nuovi buchi si apriranno nei conti pubblici. E stendiamo pure un velo pietoso sul secondo fondo vagheggiato, che dovrebbe vedere Cina ed altri paesi emergenti nel ruolo di cavalieri bianchi dell'Eurozona. Idea semplicemente patetica, a meno di aver deciso che svenderemo il continente, pur di non usare la banca centrale di cui disponiamo. Come finirà, quindi? Per ora noi ed i mercati festeggiamo l'acquisto di altro tempo, che allontana il rischio di un «momento Lehman» nel cuore d'Europa. Ma da domani faremmo bene a cercare un piano alternativo a questo piano, perché la recessione bussa alle nostre porte. E non c'è nulla come una recessione per smontare l'ingegnoso meccano degli eurocrati.

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28/10/2011










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