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04/12/2010, 05:30

Notizie - Politica

Nulla di nuovo
Wikileaks c'era già nel '700

Questa Wikileaks del 1700 era nient'altro che un grande castagno, chiamato "Albero di Cracovia", situato all'interno dei giardini del Palazzo Reale di Luigi XV.

L'home page del sito Wikileaks Esisteva una Wikileaks anche nella Parigi della metà del XVIII secolo. Non un luogo virtuale su una rete interattiva globale, ma uno spazio fisico, definito e localizzato. Questa Wikileaks del 1700 era nient'altro che un grande castagno, chiamato «Albero di Cracovia», situato all'interno dei giardini del Palazzo Reale di Luigi XV; sotto le sue fronde, quotidianamente, si raccoglieva un'umanità varia fatta di servitori di palazzo, dignitari e agenti stranieri inviati da diplomatici, per ascoltare i nouvellistes de bouche, i gazzettini umani che raccontavano informazioni ricevute da fonti più o meno anonime all'interno dei corridoi o nelle stanzedi Versailles. Informazioni e indiscrezioni che divenivano pettegolezzo ma anche materia di valutazione politica e condizionamento delle scelte del potere. Da sotto l'albero le notizie si propagavano poi per tutta Parigi e oltre la Francia, sotto forma di dispacci e rapporti diplomatici, ma anche sotto forma di divulgazione popolare attorno alla quale intrecciare una produzione impressionante fatta di notizie manoscritte che circolavano nei salotti, notizie a stampa pubblicate nei rari giornali che sfuggivano al controllo censorio, canzoni, filastrocche, storielle che spesso ridicolizzavano la monarchia. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Lo storico americano Robert Darnton ha ricostruito la complessità di questi canali informali attraverso i quali, nel XVIII secolo, la comunicazione viaggiava. In realtà, da sempre resoconti indiretti, voci, rapporti basati sui «sentito dire» e pettegolezzi sono stati un elemento fondante della diplomazia e delle relazioni internazionali. Da questo punto di vista, Wikileaks non regala nulla di nuovo. La sua forza travolgente ed il rischio che rappresenta per il sistema diplomatico internazionale e per la tenuta di molti governi è data da altro. Sfruttando la strutture di internet, Wikileaks si configura come una rete sociale capace di generare flussi comunicativi costanti e organizzare l'informazione per nodi interconnessi. Le strutture reticolari organizzano la società da sempre e non sono una prerogativa della moderna società digitale del XXI secolo; esse esistono da molto prima di internet, di Facebook e di Twitter. La novità è che internet consente una velocità di diffusione delle notizie mai raggiunta e un accesso pressoché totale da parte di tutti, ai dati informativi. È questo duplice elemento che rischia di mettere in crisi le organizzazioni di tipo verticale e gerarchico sui cui si fondano le stesse democrazie moderne e gli stati nazionali. Heather Brooks, sul Guardian, uno dei giornali progressisti che ha sposato la causa di Wikileaks, inneggiando in maniera un po' delirante al suo ruolo guerrigliero di trasparenza e democrazia ha esaltato la possibilità finalmente data alla gente di sfidare il potere, attraverso il passaggio dalla «surveillance», (il controllo dall'alto), alla «sousveillance» (il controllo dal basso).

Il gioco di parole in francese denota la verve intellettualistica di questo approccio. In una democrazia, chi governa è delegato dai cittadini a farlo e il controllo avviene attraverso gli strumenti costituzionali previsti. La segretezza, soprattutto nelle relazioni internazionali, è la base della difesa di quegli interessi nazionali che un governo democratico è chiamato a tutelare. Lo ha capito pure Obama che ha messo in soffitta la retorica della democrazia elettronica e partecipativa della rete. Il paradosso è che i furbi cantori dell'utopia libertaria di Wikileaks reclamano trasparenza per tutti tranne che per se stessi. Secondo loro un governo nazionale può mettere a rischio la propria sicurezza vedendosi pubblicate informazioni riservate mentre Wikileaks può mantenere nascosti i propri finanziatori sempre più occulti e i propri componenti in nome di quella stessa sicurezza che nega agli Stati. Ogni comunicazione non è mai neutrale. Essa ha in sé anche un aspetto di prevaricazione che genera conflittualità. Questo spiega perché la moderna società dell'informazione, dove i flussi comunicativi sono pressoché infiniti, non è molto più pacifica delle società passate. Anzi. La comunicazione introduce un elemento di soggettività competitiva pericolosa. Proprio Darnton ci ricorda che «le notizie non sono cose accadute, ma sono solo i racconti su cose accadute». La differenza non è di poco conto.

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Giampaolo Rossi

04/12/2010

  • 06/12/2010 19:14
    Gran bell’articolo! … In effetti il problema può essere letto anche in termini di “autorità”. L’autorità è per definizione basata su un’asimmetria di informazioni tra i superiori e i subordinati. Come scrive Rossi, inevitabilmente, per garantire la sicurezza di una democrazia si deve mantenere il controllo di alcune informazioni strategiche. Nel caso specifico, invece, l’amministrazione Obama ha manifestato la completa incapacità di controllo e tutela delle informazioni in suo possesso. Sicuramente un simile errore esautora fortemente il governo americano, con gravi conseguenze per gli equilibri internazionali. Sul piano della comunicazione, si può osservare che ci sono media che, meglio di altri, consentono di mantenere un’impostazione gerarchica del potere. La rete favorisce la comunicazione orizzontale, andando in certi casi a intaccare le fondamenta stesse delle gerarchie, senza però offrire un sistema alternativo, lasciando una democrazia tradizionale in balia del niente.
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