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Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

03/10/2010, 09:38
Se osserviamo bene la realtà italiana non possiamo non vedere un dato: le alternative al governo Berlusconi non solo non esistono, ma rispetto al Cav - pur con tutti i suoi errori e limiti - sono pericolose. Se leggiamo gli slogan, osserviamo i segni, i simboli e il rituale della lotta, non possiamo non percepire che una sola cosa: l’odio.
Sergio Marchionne ieri ha detto un paio di verità sullo stato di salute del nostro Paese e ha scattato un’istantanea impietosa: «Zoo Italia». L’amministratore delegato della Fiat è abituato a combattere su un teatro di guerra globale e posso comprendere le ragioni del suo sguardo desolato sulle beghe di Palazzo. Nella vita però non si può solo volare alto, occorre spesso scendere in picchiata, cimentarsi nel volo radente e osservare cosa c’è là sotto per capire come far muovere le truppe di terra. Ecco, io penso che se osserviamo bene la realtà italiana, se la guardiamo con una lente priva di moralismo e pregiudizio, se ci sforziamo di applicare un po’ di realismo, non possiamo non vedere un dato: le alternative al governo Berlusconi non solo non esistono, ma rispetto al Cav - pur con tutti i suoi errori e limiti - sono pericolose.
Mentre Marchionne illustrava il suo pensiero, Paolo Ferrero, ex ministro di Rifondazione nel governo Prodi, chiosava in questa maniera l’esternazione dell’ad del Lingotto: «Soffre di delirio di onnipotenza. Gli consigliamo vivamente di farsi curare». Ecco, caro Marchionne, questo è il linguaggio che usa la sinistra italiana, questo è il vocabolario dell’opposizione che si dice democratica. Nello stesso istante a Roma un magma chiamato «Popolo viola» manifestava in piazza contro il governo. Tutto legittimo, ma se leggiamo gli slogan, osserviamo i segni, i simboli e il rituale della lotta, non possiamo non percepire che una sola cosa: l’odio.
Basta leggere gli articoli de Il Tempo per capire che siamo di fronte a un cortocircuito devastante, un guasto enorme del sistema che non si ripara in un giorno. Le parole d’ordine di un pezzo del Paese non sono di pace, di dialogo, di reciproco riconoscimento. Il discorso pubblico di una fazione consistente della politica è avvelenato, non vuol sentire alcuna proposta, conosce solo la protesta e sogna che si trasformi subito in una rivoluzione. Non quella dell’urna, ma quella giudiziaria, affiancata da quella della piazza urlante che digrigna i denti e schiuma di rabbia. Non faccio lo psicologo e non ho alcuna intenzione di trasformarmi in un analista da lettino freudiano, ma non ci sono dubbi che in Italia ci siano forze politiche che guadagnano consensi trasversali dove si annida un senso di frustrazione che spesso non è giustificato dalla biografia collettiva e individuale di una moltitudine informe in cerca di una rivincita dalle proprie sconfitte, dai propri insuccessi, dalla propria incapacità di crescere. C’è un’altra frase dell’ex rifondarolo Ferrero che mi aiuta a svolgere questo ragionamento: «Che Marchionne ricatti i lavoratori per sfruttarli di più e giustificare così agli occhi dei suoi padroni i cinque milioni di euro che si becca ogni anno non lo condividiamo ma lo si capisce». Con questa frase veniamo scagliati in pieno Novecento, un mondo che credevamo archiviato dal crollo del Muro di Berlino. E invece no. Assistiamo al dipanarsi di un discorso che fa leva sulla demolizione della ricchezza e dei ricchi. Colpevoli a prescindere e dunque condannati in partenza. Marchionne nella visione di questo mondo è un uomo indegno di rappresentare le sue idee perché segnato dal peccato originale: guadagna cinque milioni di euro. È un modello di pensiero che fa leva sull’irrazionale potenza dell’invidia e dell’odio sociale. È su questo punto che l’opposizione non è mai maturata.
La retorica del Partito democratico sui redditi elevati - noti, dichiarati e dunque già ampiamente tassati da un fisco vorace con gli onesti - risponde a questo richiamo primitivo, immaturo e letale per la civile convivenza del Paese. Quando si lanciano anatemi contro chi ha capacità di reddito, fantasia, lavoro, creatività, responsabilità e rischio, è chiaro che si apre la porta non della discussione civile, ma quella della lotta feroce e senza quartiere. Silvio Berlusconi in questo senso è il bersaglio grosso, l’uomo da abbattere. La metafora del Male al quale non si perdona niente, la presenza fisica, la parola, le battute e le barzellette infelici. Il buon Gesù disse: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ma il perdono per Berlusconi non esiste. É così anche per coloro che sinceramente in questi sedici anni hanno creduto - e votato - un progetto di riforma liberale dello Stato italiano. Al di là dei risultati conseguiti dal Cavaliere - inferiori alle attese di tutti noi, ma pur sempre migliori di quelli che può vantare il centrosinistra - per questa massa urlante il Cav è già un uomo (pre)destinato all’inferno. Avete sentito le parole di una scienziata come Margherita Hack, ieri sera su La7? «Quel nanetto con i capelli tinti e la faccia rifatta dovrebbe guardarsi allo specchio e vergognarsi».
Una fatwa assai poco accademica per una battuta non felicissima sulla Bindi. Talebani stellari. Viviamo Giorni di Piombo e assistere alla sfilata macabra di chi sogna una rivoluzione con la ghigliottina giudiziaria conferma i nostri timori. Quando in piazza sfila una caricatura animalesca di un Berlusconi in manette e tutti ridono e si sentono eroi, Giusti fra i Giusti, vuol dire che abbiamo toccato il fondo e quel che ci attende è terribile e disumano. Barzellette, manette e pallottole. In bocca al lupo, Italia.
Mario Sechi
03/10/2010