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10/09/2010, 05:30

Notizie - Sport

In via San Gregorio

Ora una targa ricorda l'impresa dell'eroe Bikila

Lungo vecchie pietre romane cariche di storia, in quella tarda serata di settembre illuminata dalle fiaccole e dai riflettori televisivi il mondo scoprì nei piedi nudi di una guardia imperiale etiope il segno eterno dello sport.

Rari erano stati, alla vigilia, gli osservatori capaci di individuare nell'ossuto cursore di Debre Birhan, allenato dallo svedese Onni Niskanen, uno dei favoriti della maratona posta a chiusura della penultima giornata di Roma '60. Ma, più che la rivoluzione nei pronostici, soprattutto agli atei di sport furono quei piedi scalzi, le pietre toccate e l'origine etnica di Abebe Bikila a suggerire la diversità di un fatto agonistico e a reclamarne l'unicità. L'affermazione dell'antico suddito nella più classica delle prove olimpiche, testimone del passaggio dei tempi e dell'inconsistenza dei passaporti, la ruvida storicità delle strade attraversate, l'anomalia di un gesto fattasi incorruttibilità agonistica: tutto ciò fece del primo olimpionico africano uno dei simboli più visionari dei Giochi di Roma. Se Berruti fu paradigma di un'Olimpiade vissuta, interpretata ed esaltata in chiave nazionale, nella sua inconsapevole teatralità, ed oltre ogni più facile retorica, Bikila rappresentò l'apertura di una nuova frontiera e di un'inedita puntata dello sport moderno, da cui attinse, nella tragicità della sua avventura umana, anche un immenso scrittore come Yukio Mishima. Quel numero 11 sul petto, reiterato ancora dopo, ed in più occasioni, nelle immagini che a beneficio di accorti esperti di comunicazione ritraevano l'atleta in corsa lungo l'aridità delle savane etiopiche, fu un intramontabile promemoria per il futuro. Quanto poi successe prima all'atleta, con la seconda vittoria olimpica quattro anni dopo a Tokyo, e poi all'uomo, con l'incidente automobilistico accaduto sulle strade di casa e con la fatalità di una natura nata per correre costretta nella sofferenza di una sedia a rotelle, aggiunse pathos ad una figura già consacrata alla storia. A questa storia, per iniziativa dell'Amministrazione capitolina, presenti la moglie Yewebdar Wolde Giorgis e il figlio Dawit, Roma aggiunge stamani un frammento, ponendo in via San Gregorio, a quattro passi dall'Arco che ne decretò il trionfo, una targa a ricordo dell'atleta e del passaggio nei metri conclusivi e solitari della sua corsa. A.F.

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10/09/2010










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