Ma quei sassi che vogliono uccidere possono diventare micidiali boomerang o smussarsi. Può apparire una chiave di lettura, sul piano dialettico, alla luce delle pressioni internazionali per salvare la vita di Sakineh. Insomma, il nervo scoperto del regime degli ayatollah è stato toccato nel vivo. Per ora la reazione è aggressiva, ma scomposta: forse un primo sintomo di sgretolamento di un gigante d'argilla che vuole ancora far paura a tutti i costi. Così, dopo la première dame Carla Bruni, anche Berlusconi è finito nel mirino della stampa di regime, con l'«accusa» di aver schierato il suo governo a difesa di una «criminale». Nel giorno in cui il figlio di Sakineh, Sajjad, ha lanciato un appello al Papa e al governo italiano per salvare la vita della madre, è il giornale ultraconservatore Kayhan ad attaccare Berlusconi, messo all'indice come «un uomo moralmente corrotto», anzi un «capo mafia» dai «dissoluti» comportamenti sessuali che «si è unito ai difensori del crimine». In un regime teocratico dominato da una dittatura asfissiante, non è difficile indovinare i «mandanti» dell'attacco. Kayhan - lo stesso quotidiano che aveva bollato nei giorni scorsi la Bruni come una «prostituta» che «merita di morire» - è il più importante giornale conservatore della Repubblica islamica e il suo direttore è nominato direttamente dalla Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Mar. Coll.
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06/09/2010