A tutti sembra il peggio che possa capitare, l'incubo a cui nessuno vuol mai pensare, ciò che – ti dici – non può accadere proprio a te... Quello in cui eravamo precipitati d'improvviso era l'Orrore. Ed era del tutto imprevisto. Ma in quel momento, a dir la verità , non ci lasciammo sprofondare in questo cupo pensiero. La cosa importante era che intanto il cuore di Caterina aveva ripreso a battere e che lei era viva. Ciò che contava ai nostri occhi era che presto uscisse dal rischio di morte in cui ancora si trovava. Al resto preferivamo non pensare perché a quel giorno bastava già quella pena. Desideravamo solo poterla rivedere e abbracciare viva. Non volevamo pensare al mare di dolore dell'indomani... Non mi è facile – perdonatemi – raccontare cosa fu quella notte, l'arrivo al pronto soccorso, le ipotesi dei medici su cosa poteva essere accaduto (una più terrificante dell'altra) e infine lei, stesa su quella barella, intubata, legata e inerte, eppure così bella, con tutta quella lunga chioma ricciola sulla barella... Sua madre in lacrime l'accarezzava con lo sguardo come la Madonna deve aver carezzato Gesù deposto dalla croce...Io dentro di me continuavo a implorare: «Madre dolce che non mi abbandoni mai...Madre mia, Regina del cielo, tu che tutto puoi... salvalaaaaa!!! A te l'avevo consegnata! Fra le tue braccia! Sotto il tuo mantello, sotto la tua protezione! Madre mia, ricordi quel giorno, quando la portai a Firenze? Iniziava allora l'università , cinque anni fa! Alla tua protezione l'affidai venendo alla Santissima Annunziata! Adesso era arrivata alla laurea, mancavano dodici giorni! Non puoi, non puoi restituirmela così! Non è possibile! Tu non fai questo ai tuoi figli! Tu non tradisci mai, tu non abbandoni mai i tuoi figli, tu sei sempre una Madre accorata che si prende cura amorosamente di chi ti viene affidato!». Quel mio grido interiore ha anch'esso una storia. È una storia che, pur essendo personalissima – come capita a chi fa il mio mestiere – era diventata pubblica: l'avevo raccontata sul «Foglio» di Giuliano Ferrara. Tutto era accaduto a fine agosto del 2004, il giorno in cui Caterina – appena conseguita la maturità classica – doveva presentarsi a Firenze a fare il test di ammissione alla facoltà di Architettura. Lo ricordo benissimo. L'accompagnai facendo la strada delle colline fra Siena e Firenze, un tragitto fantastico, sui crinali dei colli di Castellina in Chianti e San Donato. Seduto al volante accanto a lei, mi sentivo struggere il cuore. Tutti i miei stati d'animo e tutto il mio amore – che per pudore non seppi dire in quel momento a mia figlia – tentai di esprimerli scrivendoli l'indomani su un giornale, sperando che lei lo leggesse. Era il 31 agosto: «(...) ieri è accaduto un evento insignificante per voi, ma non per me. Mia figlia primogenita è stata una bambina riccioluta, oggi, diciannovenne, è una scura bellezza da profetessa biblica, una voce superba quando – al pianoforte – canta Bring Me to Life degli Evanescence o, a due voci con sua sorella, Nothing Else Matters dei Metallica. Ieri mattina l'ho accompagnata a Firenze dove inizia l'università e dove quindi vivrà . E mentre correvamo sul crinale delle colline di San Donato, la dolce valle di San Gimignano ai nostri piedi, pensavo: Ma quando e come e perché sei cresciuta così? Eri piccola ieri e stamani ti sei alzata e sei una principessa. È un imbroglio! Non mi hai dato il tempo neanche di trattenerti, di fermare il tempo come un Faust innamorato e incatenarti alla tua adolescenza. Neanche mi sono accorto che diventavi grande, bestia che sono. Ecco, ho pensato: l'ho già persa. Sì, tornerà a casa (anche spesso, spero), ma ha la sua vita, soprattutto ha il suo destino e non sono io, non è casa mia. Dice mia moglie: Che pizza che sei! Mica è morto nessuno. E poi Firenze è dietro l'angolo. Non è vero, non è questione di chilometri: la vita se ne va. Ogni giorno tutto se ne va. Anche se non ce lo diciamo:
Ma chi ci ha rigirati così/che qualsia quel che facciamo/è sempre come fossimo nell'atto di partire? Come/colui che sull'ultimo colle che gli prospetta per una volta/ancora/tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia, – così viviamo/per dir sempre addio (Rilke). C'est la vie. E, nella malinconia, lo struggimento dei quarantenni, quello che Péguy definiva il loro segreto: desiderare la felicità dei figli e sperare che l'impossibile per loro avvenga. Così arrivo a Firenze: i viali, via Capponi, di colpo una quantità di ricordi che si affastellano fra quelle strade. Le avventure e le facce dei tanti amici dei miei vent'anni che tutte assieme stanno sotto il nome Comunione e Liberazione. Ad aspettare Caterina ci sono altre facce giovani che accolgono le matricole organizzando per loro preziosi corsi preparatori per i test di ammissione. Altre facce, ma la stessa storia, lo stesso timbro umano, la stessa cordialità , lo stesso nome e la stessa avventura. Quando chiedo a mia figlia se è persuasa, lei mi risponde con una disarmante felicità . (...) Credo che siano la meglio gioventù. Giro l'angolo e mi trovo in piazza della Santissima Annunziata. Vado ad affidare mia figlia e il suo destino alla Regina del Cielo: che la tenga lei sotto il suo mantello. Mi accorgo solo allora che quei ragazzi sono la sua risposta, sono come il concretissimo lembo del mantello di Maria, il suo abbraccio materno che raggiunge mia figlia. La sua tenerezza.» Ripensavo, quella notte del 12 settembre, al mio atto di affidamento di Caterina alla Santissima Annunziata. Chiedevo alla Regina del Cielo: perché non me l'hai protetta, tu che custodisci tutti i tuoi figli e specialmente coloro che si consacrano a te? Perché hai abbandonato questa tua figlia che si è affidata a te? Perché non l'hai salvata sotto il tuo mantello? Uomo di poca fede come ero e come sono, non mi rendevo conto delle idiozie che pensavo, il dolore mi faceva sragionare. Bastò apprendere cosa era accaduto, subito dopo che Caterina era caduta a terra, per rendermi conto di come la sua tenera Madre non l'abbia mai abbandonata. E l'abbia avvolta col suo mantello – fatto dei volti di quegli amici della comunità – preservando la sua vita. Infatti quell'arresto cardiaco – scoprimmo poi che si era trattato di fibrillazione cardiaca – sarebbe potuto capitare a Caterina in mille momenti o luoghi in cui non sarebbe stata soccorsa subito (per strada, ad esempio, o durante il sonno della notte): l'avremmo ritrovata morta...
Vai alla homepage
27/07/2010