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Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

25/07/2010, 11:03
Il problema vero di un governo non è tanto quello di durare quanto di realizzare. Berlusconi deve porre rimedio ai problemi a cominciare dal partito.
Il Presidente della Repubblica ha detto, in occasione della cerimonia del ventaglio, che non gli interessano "scenari politici ipotetici di qualsiasi genere". Una affermazione netta, questa, che suona, quasi, come l'epitaffio per una pietra tombale sulle voci ricorrenti sul varo di possibili governi, tecnici o di larghe intese, alternativi all'attuale. Anche se, a ben vedere, il tono perentorio dell'affermazione è mitigato dall'auspicio di "un’ampia condivisione su grandi obiettivi e su grandi linee di intervento". Le parole del Capo dello Stato sembrerebbero, dunque, in certo senso, rassicuranti per il governo, che potrebbe, così, dormire sonni tranquilli. Ho detto: in un certo senso. Perché, come sempre in politica, le parole possono prestarsi a letture alternative e, addirittura, opposte.
Quelle di Napolitano, per esempio, potrebbero essere interpretate come un altolà all'ipotesi di un sostanziale allargamento della maggioranza con l'inclusione di Casini. E, del resto, l'esplicito richiesta di nominare presto il titolare del dicastero dello sviluppo economico - un ministero, a sentire i rumours del sottobosco politico, oggetto, fra gli altri, di trattative sotterranee con i casiniani - sembrerebbe avvalorare questa lettura perché la nomina del nuovo ministro toglierebbe a Berlusconi una importante moneta di scambio. Ma stiamo a una interpretazione letterale delle parole di Napolitano e ragioniamoci come se esse rappresentassero un auspicio di stabilità per il governo attuale. E giusto porsi una domanda: la prospettiva di durare sino al termine naturale della legislatura in una situazione come l’attuale è davvero augurabile per il centro-destra? Berlusconi ha assicurato che nel Pdl le cose vanno bene.
La verità, invece, è che, da un punto di vista strettamente politico, vanno male, anzi malissimo: per il Pdl, per il governo, per il paese. E ciò, malgrado i sondaggi, che pur continuano a far registrare un sostanziale vantaggio del centrodestra, e malgrado gli innegabili segnali positivi di ripresa economica. Vanno male per il Pdl perché, ormai, al suo interno si sta manifestando una fibrillazione continua che rischia di preludere allo scatenamento di un vera e propria guerra per bande, la quale, grazie al gioco di correnti più o meno mascherate, snaturerà la creatura berlusconiana trasformandola in un partito vecchio stile, sul tipo di quelli della prima repubblica, costretto a vivacchiare assorbendo e cercando di depotenziare spinte centrifughe e ricatti continui. Il contrasto fra Berlusconi e Fini è, sotto questo profilo, esemplare. Il "giustizialismo di ritorno" del Presidente della Camera (per usare l’efficace espressione di Fabrizio Cicchitto) non è tanto un controcanto all’ipergarantismo del Presidente del Consiglio, quanto piuttosto una precisa scelta politica che recupera motivi estranei al Dna del Pdl e propone, alla fine, una strategia di conquista del partito e di trasformazione radicale dello stesso. Le cose, del resto, vanno male anche per il governo, che, anziché fornire una immagine di coesione e di forza (considerata la larga maggioranza parlamentare della quale dispone), offre uno spettacolo patetico e pietoso che ricorda le divisioni interne ai governi arlecchineschi del centro-sinistra dilaniati da contrasti insanabili fra anime inconciliabili.
È una situazione, prima ancora che intollerabile, incomprensibile per il mondo del centro-destra e, più in generale, per tutti quegli elettori i quali avevano creduto che questa maggioranza così ampia fosse finalmente destinata a riformare il paese. E vanno male, le cose - è superfluo sottolinearlo - anche per il paese stesso perché, proseguendo di questo passo, non sarà mai possibile, tra veti e controveti, tra accuse e controaccuse realizzare davvero nessuna delle riforme strutturali e istituzionali promesse o auspicate. Berlusconi questi problemi e questi fattori negativi li conosce assai bene. E deve affrontarli e porvi rimedio. Senza indugio. Con quei sussulti di fantasia e di energia cui ci ha abituati. Deve cominciare dal partito, riprendendolo in mano per evitarne la trasformazione in una forza politica di vecchio modello e, soprattutto, non funzionale al sistema bipolare che - piaccia o non piaccia a certi politici di professione - è stato un passo importante verso la modernizzazione politica percepito come tale dal paese reale. Si tratta di un compito urgente, certo reso più difficile dalle offensive mediatiche e giudiziarie, ma comunque non dilazionabile. Pena la fine del centro-destra. E dei suoi progetti.
Il fatto che il Presidente della Repubblica abbia escluso ipotesi di governi alternativi non è, dopo tutto, rassicurante dal punto di vista politico. Risponde certo, il suo auspicio di stabilità di governo, a un dovere di bon ton istituzionale, ma esso potrebbe essere letto come l'avallo di uno status quo che, qualora fosse destinato a durare, finirebbe inevitabilmente per indebolire la figura di Berlusconi. Il problema vero di un governo non è tanto quello di durare, quanto piuttosto quello di realizzare. La legislatura attuale avrebbe dovuto essere, negli auspici degli elettori di centro-destra, una "legislatura costituente". In realtà, rischia di essere una legislatura del "tirare a campare". Bisogna evitarlo in ogni modo. Anche a costo di giungere a nuove elezioni, in barba al dogma della difesa della stabilità. Un colpo d’ala, per piacere!
Francesco Perfetti
25/07/2010