| HOME | POLITICA | INTERNI-ESTERI | ECONOMIA | SPORT | SPETTACOLI | PIZZI..cati channel | VIAGGI | HI TECH | SHOPPING | MULTIMEDIA | SONDAGGI | LAVORO |
In questa pagina è attivo il servizio ZanTip:
Facendo doppio click su una qualsiasi parola presente nell'articolo, sarà visualizzata la definizione della parola, così come è stata pubblicata all'interno del Vocabolario della Lingua Italiana Zingarelli 2010.
Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

25/07/2010, 09:28
La maggioranza si è messa in luce per una lotta fratricida che rischia di mandare in frantumi il governo e gli equilibri istituzionali. Senza programmazione il Paese rischia il declino.
Due fatti mi hanno colpito nella settimana che s’è appena conclusa: la decisione della Fiat di delocalizzare la produzione della nuova vettura monovolume in Serbia; l’occupazione della Centrale del Latte di Roma da parte degli allevatori del Lazio. Sono due facce della stessa medaglia, la globalizzazione, e di un Paese che non dà una risposta alle sfide della contemporaneità. Uno stupendo articolo di Ettore Gotti Tedeschi per l’Osservatore Romano (che ringraziamo per averci concesso il reprint) fotografa perfettamente il problema. Lo offriamo ai lettori de Il Tempo perché affronta con rara lucidità un tema con il quale faremo sempre più i conti. Gotti Tedeschi è un economista, la sua visione dei problemi è arricchita da una cultura cattolica che per fortuna non si è mai separata da quella liberale.
La Fiat sceglie di andare in Serbia e, di fatto, diminuisce il potere d’acquisto di migliaia di famiglie italiane che potenzialmente possono perdere il lavoro. Ne vale la pena? È in fondo lo stesso tema che emerge nelle nostre cronache quando i produttori di latte del Lazio chiedono un prezzo a litro più alto perché altrimenti rischiano di mungere se stessi. Parmalat, proprietaria della Centrale, oppone un ragionamento che non fa una grinza: il prezzo è già il più alto e non regge la concorrenza. Stop. Il risultato è che negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso tre allevamenti su quattro. Ne vale la pena? Se ragioniamo in termini di laissez-faire la risposta delle imprese è una sola: badiamo all’utile, dobbiamo sopravvivere, andiamo dove conviene produrre. Ma è chiaro che così andiamo incontro alla distruzione del nostro sistema industriale e al ridimensionamento del mercato dei consumatori. Meno addetti, meno buste paga, più disoccupati, meno acquisti. Il rallentamento dei consumi alimentari è sotto gli occhi di tutti, la diminuzione dei prestiti segnalata da Bankitalia è un campanello d’allarme. Ne vale la pena? E soprattutto: che fare? Questa seconda domanda esigerebbe una risposta della politica, ma finora non è pervenuta.
Abbiamo un bravo ministro dell’Economia, non c’è ancora il ministro dello Sviluppo Economico e manca un’idea sul sistema industriale del prossimo decennio. La maggioranza si è messa in luce per una lotta fratricida che rischia di mandare in frantumi il governo e gli equilibri istituzionali - come spiega sulle nostre pagine lo storico Francesco Perfetti - sono praticamente quasi saltati, il governo non governa, le Camere non legiferano, un caos che sta cambiando perfino i connotati della stessa Presidenza della Repubblica. Cari Berlusconi e Fini, avete una responsabilità enorme davanti al Paese. Fermatevi, riflettete, ponetevi anche voi questa umile domanda: ne vale la pena?
Mario Sechi
25/07/2010