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Parlatevi. Quello che avevate da dire, l'avete detto. Quello che avevate da dire, l'avete detto. Quello che dovevano spiegare i silenzi, l'hanno spiegato. Le minacce, i messaggi cifrati, quelli espliciti sono andati tutti in porto.
Tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini si è arrivati sull'orlo del baratro. Siamo al 1962, i missili puntati su Cuba. O le artiglierie cominciano a dare fuoco o si fa la pace. I diplomatici, i mediatori hanno fatto tutto quello che dovevano fare. Restano solo loro due. Proviamo a guardarla freddamente. Silvio Berlusconi ha buoni motivi per ritenere che Fini abbia un disegno preciso. E dunque per preoccuparsi perché quel piano, se attuato, lo può decisamente mettere in difficoltà. Il presidente della Camera può formare un suo gruppo. Non molto ampio ma in grado di far male. Soprattutto al Senato dove i finiani di stretta osservanza si contano sulle dita di una mano ma occupano posizioni rilevanti: Baldassarri alla commissione Finanze, Augello in quella Bilancio, Cursi alle Attività produttive tanto per fare qualche nome.
Palazzo Madama è il punto debole di Fini: si vede piovere provvedimenti che sembrano scritti da Gasparri e Quaglieriello. Come il biotestamento, che se anche venisse modificato a Montecitorio, sempre al Senato dovrebbe tornare. È per questo che nelle scorse settimane l'ex leader di An, che già aveva avvertito il senso di isolamento dopo le Europee, ha ricevuto deputati e senatori che non vedeva e sentiva da tempo. Alcuni li ha riconquistati e lo si è visto anche nelle dichiarazioni di questi giorni. Fini, dunque, può far male. Usando la tattica che più dà fastidio a Berlusconi: il logoramento, la rappresaglia, l'assalto improvviso. Sono pizzichi, strizzatine, punture di spillo. Poco? È quello che è oggi nelle disponibilità di Fini. Ed è anche quello che Berlusconi non sopporta, memore della trattativa infinita con Casini e Follini l'altra volta che era al governo.
Allo stesso tempo è chiaro che Gianfranco, sebbene venga descritto come l'uomo delle svolte, è capace al massimo di girare. Ma non di imporre sterzate agli altri. In questo assomiglia davvero a Casini, è un vero democristiano. Solo in questo, però. Non va allo scontro. Non vorrebbe. Il piano se messo in pratica porterebbe all'oggettivo indebolimento del premier. Che domani andrà in tv a spiegare come la ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo è a buon punto. Si prepara a consegnare le case dimostrando che il suo è il governo del fare a differenza di coloro che fanno solo chiacchiere, sanno solo parlare (e tra questi inutile dire che comprenda pure Fini in quanto alla guida di uno dei due rami del Parlamento). Allo stesso tempo il presidente della Camera ha anche le sue ragioni.
Nel Pdl non esiste dibattito. Non c'è un luogo dove porre le proprie proposte. Non è consentito dissentire, chi ha provato si è sentito come aggredito, emarginato e ridicolizzato. Un leader non può consentirlo. A un leader tocca comprendere le ragioni di tutti e arrivare a una sintesi. Insomma, a un leader tocca alzare la cornetta. Anche se gli costa. Anche se in questo momento non sopporta il co-fondatore del Pdl e lo ha constatato anche l'altra sera alla cena a Villa Madama. Anche se pure Fini ha i suoi torti. Anche se non si capisce bene che cosa vuole. Probabilmente si sente escluso. Vorrebbe che il Pdl seguisse almeno un po' la sua linea. Vorrebbe che venisse almeno preso in considerazione. Vorrebbe, vorrebbe. Insomma, Berlusconi lo chiami. Lo chiami e lo vada a trovare a Montecitorio. Parlatevi e chiaritevi. C'è tanto da fare. E gli italiani cominiano a non capirvi più.
Fabrizio dell'Orefice
14/09/2009