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Torna "L'ultimo nastro di Krapp"

Beckett ci insegna di più nell'epoca dominata da Internet

L'ultimo nastro di Krapp è il testo di Beckett che ogni attore vorrebbe saper fare.

Umberto Cantone ne A Spoleto si cimenterà Bob Wilson. Tra i nostri, i più recenti e forti interpreti sono stati Giancarlo Cauteruccio e, da ultimo, un intenso, acido, violento e misuratissimo Umberto Cantone. Messo in scena dal Biondo di Palermo, questo "latrato al destino" risulta oggi - nell'epoca delle repliche: nastri, video, incisioni elettroniche, internet - ancor più inquietante e profetico. Per questo torna. Come se l'insulso Krapp che consegna barbagli di diario, tra banalità e metafisica - sì, perché l'assurdo di ieri è in casi del genere la metafisica di oggi - fosse, nella maschera che Cantone gli presta, un uomo divorato dal tempo che cerca nella replica meccanica e magica della propria voce un approdo, uno scampo.

 È il dilemma antico tra durata e eterno. Beckett sa bene che non è la "fama" a soddisfare la fame d'eterno degli uomini. Come lo sapeva Dante incontrando il maestro Brunetto all'Inferno. E dunque il nastro annuncia, profeticamente, questa assurda proliferazione di mezzi di pura ripetizione, dove la fama stessa si fa poltiglia, nulla impazzito, mera replica. Che mentre illude di vincere il tempo consegna alla solitudine. Lo aveva capito prima di molti, Beckett. Cantone ce lo ha fatto vedere con la crudità e la forza che hanno solo i grandi attori, coloro che sanno - con la sapienza del corpo e del sangue, non solo della memoria acculturata - cosa stanno facendo, cosa stanno portando in scena di noi.

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Davide Rondoni

31/05/2009










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