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Il bilancio del viaggio del Pontefice in Terra Santa. Il desiderio di Benedetto XVI: "Dialogo tra religioni e la pace tra i due stati". Poi l'invito rivolto ai fedeli "Tutti pellegrini in Terra Santa".
«Sono amico di Israele e amico del popolo palestinese. . . La soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un sogno», sentivo venerdì mattina queste affermazioni di Papa Benedetto XVI all'aeroporto di Tel Aviv e, nel contempo, sbirciavo sulla prima pagina del «The Jerusalem Post». In basso, a destra, una «lettera aperta» a pagamento rivolta al primo ministro Netanyahu: «Two states for two people. . . it was a crafty formula for the distruction of the State of Israel», due Stati per due popoli è una formula astuta per la distruzione dello Stato d'Israele. Un gruppo della destra ultraortodossa manifestava la preoccupazione diffusa in ampi strati dell'opinione pubblica israeliana di una trappola mortale dietro le formule della diplomazia.
Dunque, nello stesso giorno, il vescovo di Roma, a conclusione del suo pellegrinaggio, ribadiva una necessità che il maggior quotidiano di lingua inglese considerava una minaccia. Il discorso di saluto di Benedetto XVI è fondamentale per capire l'esito del viaggio. Sull'aereo che tornava a Roma, padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, mi confermava che l'intervento non era stato pre-confezionato. È stato limato, studiato, scritto, specie dopo l'incontro a Nazareth col primo ministro Benjamin Netanyhau. Distribuito solo in inglese e all'ultimo momento nella mattinata di venerdì. Un discorso «politico», nel senso alto del termine, che ha voluto rispondere anche ad alcune critiche e che si è spinto in profondità: «Il muro - ha detto Papa Ratzinger - è la visione più triste di questo viaggio. Prego per un futuro in cui non sia più necessario un tale mezzo di sicurezza e di separazione» ma «prima di tutto è necessario rimuovere i muri che costruiamo attorno ai nostri cuori».
E ancora la condanna inequivocabile del «brutale sterminio degli ebrei» durante la Shoah, contro ogni riduzionismo o, peggio, negazionismo. L'Olocausto è, nella lettura papale, «l'esito di un regime senza Dio che seminava un'ideologia di odio e di anti-semitismo». Un congedo coraggioso e sorprendente, perché il Papa ha optato per la chiarezza, accompagnandola col pathos, con una carica emozionale inaspettata in un uomo sorvegliato, più propenso ai ragionamenti che ai gesti ad effetto. «Mai più sangue! Mai più il terrorismo! Mai più guerra». In Terra Santa per compiere una «missione di pace». È la «diplomazia della profezia», se vogliamo cercare di definirla. Quella che butta l'anima al di là dell'ostacolo, che va oltre la politica facendo appello alla generosità e al perdono. Apparente paradosso per un teologo che, forse a tavolino, sognava un altro pellegrinaggio, ma che è stato costretto dalla cronaca e dalla storia ad immergersi nella più aggrovigliata e dolorosa delle situazioni internazionali. Una discesa all'inferno e ritorno. Se non c'è pace nella «Terra della pace» non ci sarà pace in tutto il mondo. Non è solo un gioco di parole. E Benedetto XVI lo ha avvertito con una lucidità che ha spiazzato tanti commentatori prevenuti e scettici, a cominciare da quelli israeliani. Ci sono altri due aspetti che vanno sottolineati. Il primo riguarda il dialogo interreligioso. «Il clima ecumenico è stato incoraggiante» ha detto il Papa sull'aereo, ma non è stato, a parere di chi scrive, il cuore del pellegrinaggio.
Ribadito il valore teologico del «vincolo inscindibile fra cristianesimo ed ebraismo», il Papa ha sviluppato, come mai era avvenuto, una sorta di «dialogo trilaterale» fra le religioni monoteiste. Le «religioni del Libro», che hanno come padre comune nella fede Abramo, hanno molto da condividere. Esse, ebraismo, cristianesimo e islam, affermano che Dio esiste, che si può conoscere anche ai tempi di internet e della globalizzazione; sono vie che offrono all'uomo una verità che non tramonta. Chi cerca la verità si pone in un atteggiamento di dialogo, di rispetto e tolleranza. Depurate dalle derive ideologiche e fondamentaliste, queste religioni sono in grado di scoprire il «Volto di Dio» che è misericordia ed amore. In tale dialogo gioca un ruolo strategico il richiamo alla ragione che si eleva «al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità dell'unico Dio». Questo è, a ben vedere, uno dei contributi più originali che un Papa abbia portato nel dialogo, spesso inconcludente e fra sordi, dei leader delle religioni abramitiche. L'approdo non è una unica religione, bensì una sorta di «ecologia spirituale» in cui tutti i credenti possono trovare punti di comunione, possono far emergere le esigenze della stessa fede. Il secondo aspetto riguarda i cristiani di Terra Santa. A loro, a queste piccole comunità a rischio d'estinzione, lievito e testimonianza della speranza invincibile del Vangelo, ha rivolto le parole più cariche di affetto, quelle che hanno toccato le corde più intime, quelle che si sono tradotte nell'invito a non fuggire, a restare nella terra di Gesù per testimoniare la novità rivoluzionaria del Vangelo e dare un contributo decisivo al processo di pace.
Le omelie nella Valle di Josaphat e agli arabi cristiani di Betlemme sono state le più commoventi. I cristiani dei luoghi santi possono «toccare» le realtà storiche che stanno alla base della confessione di fede nel Figlio di Dio; possono «vedere e credere» nei segni della provvidenza di Dio; possono «ascoltare» le consolanti parole delle predicazione apostolica; possono «toccare le sorgenti della grazia». I cristiani del Medio Oriente sono l'archetipo di tutti i cristiani, i «cristiani della resurrezione, gli anticipatori di un mondo di gioia e di pace». La storia necessariamente non si ripete. La memoria può essere purificata. Ma bisogna guardare in avanti. «Sono venuto come pellegrino - ha detto il Papa sull'aereo per Roma - e spero che molti seguano queste tracce e così incoraggino l'unità dei popoli di questa terra santa e diventino a loro volta messaggeri di pace». È poco? È molto? Sarebbe già un bel passo avanti. «Nella Terra Santa c'è posto per tutti!» ha esclamato il Papa nella Valle di Josaphat. Se non altro per scoprire, come recita il Salmo 87, che «là, a Sion, tutti i popoli della Terra sono nati».
Giuseppe De Carli
17/05/2009