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Decreto sicurezza, insorgono i sindacati

Clandestini, i medici: "La legge costringe a denunciare"

"Non siamo spie, bisogna bloccare subito l'emendamento della Lega Nord che elimina il principio di non segnalazione dei clandestini". Medici italiani sul piede di guerra per rivendicare il loro ruolo professionale.

“I medici non sono spie, nèmacellai”.  Così le principali organizzazioni sindacali dei camici bianchi insorgono contro il governo e l'emendamento al ddl sicurezza con un nuovo allarme: se fosse abrogata la norma che vieta a chi cura un clandestino di denunciarlo, di fatto scatterebbe la previsione opposta. Cioè il medico sarebbe obbligato alla segnalazione e non avrebbe modo di sottrarsi senza rischiare a sua volta una denuncia. In punta di diritto, i sindacati spiegano, infatti, che i medici sono da considerarsi al pari, secondo la giurisprudenza prevalente, di pubblici ufficiali. E in quanto tali sono obbligati a denunciare qualsiasi reato di cui abbiano notizia.
Per cui se saltasse la norma che impedisce loro di denunciare i clandestini, vi sarebbero automaticamente obbligati.

"Adesso basta", affermano in una dura nota le nove sigle sindacali. "Prima l'offesa inqualificabile - denunciano - di essere macellai o nella migliore delle ipotesi, fannulloni. Poi gli attacchi diretti alla professione contenuti nella manovra economica e nella legge Brunetta sul pubblico impiego. Ed ora l'attacco alla nostra stessa dignità e deontologia professionale che si vorrebbero mortificare, sancendo l'obbligo di denunciare i clandestini che si dovessero rivolgere a noi per essere assistiti". A firmare il documento sono Anao-Assomed, Cimo-Asmd, Aaroi, Fp-Cgil-Medici, Fvm, Federazione Cisl Medici, Fassid, Fesmed e Federazione Medici Uil Fpl.

L'emendamento al ddl sicurezza al centro delle polemiche è stato approvato dal Senato ed è ora in discussione nelle commissioni Affari costituzionali e giustizia alla Camera. Il testo, se approvato in via definitiva, cancellerebbe il divieto da parte dei medici di denunciare i clandestini, contenuto nell'articolo 35 del Testo unico di disciplina dell'immigrazione (decreto 286/1998), secondo il quale "l'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano".

Ora, "il medico - spiegano i sindacati - dipendente da enti pubblici o convenzionati con il servizio sanitario nazionale riveste contemporaneamente, secondo il costante orientamento della giurisprudenza, la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio. Da ciò deriva per i medici un vero e proprio obbligo di denuncia di un reato di cui essi abbiano avuto notizia nell'esercizio delle loro funzioni o servizi, la cui omissione o ritardo comporta essere sottoposti ad una sanzione penale". Insomma "non solo verrebbe meno la garanzia di non segnalazione precedentemente prevista, ma addirittura risulterebbe vigente, sebbene non disposto espressamente, un obbligo di segnalazione da parte dei medici dipendenti del servizio sanitario nazionale".

Le cose poi, si complicherebbero ulteriormente. I medici infatti devono anche rispondere anche a una serie di prescrizioni di carattere deontologico legate alla professione: tutela della salute in condizioni di uguaglianza, segreto professionale, garanzia di riservatezza. Regole che contraddirebbero l'obbligo di denuncia ma che, tuttavia, non tutelerebbero il medico dalle conseguenze della mancata segnalazione all'autorità giudiziaria.

Sul piano strettamente medico, poi, sottolineano i sindacati, "è facile prevedere che a fronte del rischio concreto di essere denunciati alle autorità giudiziarie, si determinerebbe la marginalizzazione di gran parte dei cittadini extracomunitari i quali sarebbero comunque costretti, in caso di necessità, a ricorrere ad un 'sistema sanitario parallelo', sottratto da ogni regola e controllo, ingenerando situazioni di pericolo per la salute collettiva, si pensi per esempio alla necessità di controllare le malattie infettive e diffusive". Il provvedimento, perciò sarebbe anche incostituzionale, essendo in contraddizione con l'articolo 32 della Carta fondamentale, secondo il quale "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività".
 

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11/03/2009










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