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L'EDITORIALE

Franceschini, il Pd e i compagni

Per quanti sforzi abbia già fatto per riuscire gradito alla componente maggioritaria del Pd, che è di provenienza comunista e per quanti giuramenti si proponga di ripetere in giro per l'Italia su copie più o meno sbiadite della più che sessantenne carta costituzionale, Dario Franceschini non riuscirà a far dimenticare ai suoi compagni di partito la provenienza dalla Dc.
 

Per quanti sforzi abbia già fatto, e farà ancora, per riuscire gradito alla componente maggioritaria del Pd, che è di provenienza comunista; per quanti giuramenti si proponga di ripetere in giro per l'Italia su copie più o meno sbiadite della più che sessantenne carta costituzionale minacciata di stupro da quella "moderna" trasfigurazione del Duce che sarebbe l'attuale presidente del Consiglio; per quanti metri potrà o vorrà recuperare, rispetto al già lanciatissimo Walter Veltroni, nell'inseguimento di Antonio Di Pietro sulla strada dell'antiberlusconismo, Dario Franceschini non riuscirà a far dimenticare ai suoi compagni di partito la provenienza dalla Dc.

Che Piero Fassino ha appena indicato in televisione come "una ricchezza", ma sulla quale pochi nel partito mostrano di voler investire. E ciò non per paura di perderla, come si fa con i veri tesori, ma semplicemente perché non se ne fidano, vista anche la situazione di cassa elettorale nella quale Veltroni ha lasciato il Pd con il "leale" e convinto aiuto di chi gli è stato vice sino a una settimana fa.


"Ce la farà?", titolava a tutta pagina domenica lo storico giornale del Pci e sigle successive, L'Unità, dando notizia della elezione del nuovo segretario del partito. Non era francamente una domanda benaugurante. Essa mostrava più delusione, preoccupazione o scetticismo che fiducia, anche a costo di spingere ad un imbarazzato silenzio l'editore del giornale, Renato Soru, fresco di sconfitta in Sardegna.


Dove l'ex governatore aveva invece scommesso su una vittoria che gli spianasse la strada per sfidare Berlusconi a livello nazionale, alla fine della legislatura. D'altronde, per far digerire alla base prevalentemente ex o post-comunista l'elezione di un ex o post-democristiano alla segreteria del partito, sia pure temporanea, in attesa del congresso d'autunno, ma soprattutto delle prevedibili sconfitte elettorali di giugno per il rinnovo del Parlamento Europeo e di numerose amministrazioni locali, si è dovuto e voluto ricorrere ad una convocazione affrettata della pletorica assemblea cosiddetta costituente.

Franceschini nel discorso di investitura si è vantato di questa procedura vedendovi una prova di efficienza e vitalità del partito e dei suoi organismi, ma cercando in realtà di nascondere furbescamente il trucco. Che era quello di far correre a Roma per la sua elezione non il maggiore, ma il minor numero possibile di delegati: quelli più facilmente e direttamente controllabili dalla nomenclatura del partito. Alla base, quella vera, non è stato dato né il tempo né il modo di muoversi. Franceschini ha potuto così essere eletto da una stragrande maggioranza sì, ma dei presenti. Che erano meno della metà dei circa 2800 componenti dell'assemblea, o dei 2300 e rotti aventi diritto al voto. È in questi numeri, non nei comizi di Franceschini, la reale dimensione della sua presunta promozione a segretario.


D'altronde, quando già Franceschini era stato eletto da un giorno successore di Veltroni, un cronista della Stampa avventuratosi domenica pomeriggio in una sezione romana del partito, aperta per attività di propaganda, si sentiva dire dal vecchio militante comunista Nicola: «Franceschini? E chi lo conosce?»


La popolarità degli ex o post-democristiani nel partito superaffollato di ex o post-comunisti si era già toccata con mano allo scoppio delle bufere giudiziarie sulle amministrazioni di sinistra. Dal capo dei probiviri del partito, di un cognome pesante come Berlinguer, cugino del più famoso e riverito Enrico, quello della «diversità» quasi genetica dei comunisti rivendicata negli anni Ottanta, si era levata subito una denuncia sconsolata e allarmata. Troppo diversi, secondo lui, erano i criteri e i livelli di «selezione» della classe dirigente portati dagli eredi del Pci e della Dc nella loro unificazione. Che più recentemente Massimo D'Alema ha definito «un amalgama malriuscito».
 

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Francesco Damato

24/02/2009

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