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Tredicesimo giorno consecutivo dell'Operazione "Piombo Fuso". Proseguono gli attacchi israeliani. Mubarak propone un piano per la tregua, ma Hamas non accetta. Razzi libanesi colpiscono il confine nord israeliano.
Almeno tre razzi sono stati esplosi stamani dal Libano meridionale verso Israele e sono caduti presso Nahariyha ferendo due persone. L'artiglieria israeliana ha prontamente risposto al fuoco sparando verso il punto di origine dei razzi mentre le autorità dello Stato ebraico hanno ordinato l'apertura dei rifugi e la chiusura delle scuole nei centri della Galilea occidentale in prossimità del confine con il Libano. Il tredicesimo giorno dell'operazione militare israeliana "Piombo Fuso" e il sesto dell'offensiva di terra contro la Striscia di Gaza si è così aperto con uno scambio di fuoco alla frontiera libano-israeliana, ma le autorità di Israele non sembrano preoccupate più di tanto. In Israele, infatti, si ritiene che a sparare i razzi sia stato un gruppo palestinese con il consenso, però, degli Hezbollah.
Stamani, sia Hezbollah che Hamas in Libano hanno negato ogni coinvolgimento con il lancio di razzi mentre Anwar Raja, portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale, ha detto alla Tv araba al Jazira che il suo gruppo, che ha il quartier generale in Siria, «non conferma nè smentisce» un suo eventuale ruolo. La scorsa notte, intanto, l'esercito israeliano ha intensificato l'offensiva contro la Striscia di Gaza inviando decine di carri armati nel Sud del territorio palestinese e l'aviazione ha compiuto raid contro la città di Rafah, vicino al confine con l'Egitto. Decine di carri armati, appoggiati da elicotteri, sono entrati verso l'una di notte nel Sud della Striscia dal transito di Kisufim e si sono diretti verso Khan Yunes, principale città del Sud della Striscia e una delle roccaforti di Hamas. Qui un bombardamento aereo ha distrutto l'abitazione di Mohammed al-Senwar, un leader di Hamas ritenuto coinvolto del rapimento del soldato israeliano Gilat Shalit nel 2006, ma non ha fatto vittime. Nello stesso tempo caccia israeliani hanno bombardato in due riprese Rafah, colpendo una casa e un presunto tunnel per il contrabbando di armi. I miliziani di Hamas, da parte loro, hanno risposto all'intensificazione dell'offensiva di terra lanciando in mattinata una dozzina di razzi verso le città di Ashqelon e Ashdod e nelle aree limitrofe, ma non ci sono state vittime. Anche oggi, come annunciato a Gerusalemme, le forze armate israeliane sospenderanno le ostilità nella striscia di Gaza, dalle 13:00 alle 16:00 locali per consentire l'afflusso di aiuti umanitari alla popolazione palestinese.
Una tregua nella Striscia di Gaza entro 48-72 ore. E' questo l'obiettivo della diplomazia egiziana, mentre la delegazione israeliana e' arrivata al Cairo per negoziare con il presidente Hosni Mubarak e con i palestinesi un eventuale cessate-il-fuoco. E' molto probabile che la delegazione israeliana, di cui fa parte il ministro della Difesa, Ehud Barak, incontri il capo della intelligence egiziana, Omar Suleiman. Mubarak presentera' il piano in tre punti, che prevede che Israele e tutte le fazioni palestinesi accettino un immediato cessate il fuoco per un tempo limitato per permettere il flusso di aiuti umanitari attraverso corridoi stabiliti; l'Egitto invita Israele e i Palestinesi, insieme ai rappresentanti dell'Unione europea e a quelli di "altre parti", a discutere il modo per garantire che la situazione attuale non si ripeta e che ne vengano affrontate le cause.
Le organizzazioni palestinesi, Hamas in particolare, non vedono invece nell'iniziativa egiziana una base valida per una soluzione alla crisi. Questa posizione è stata elaborata nell'ambito di una serie di colloqui fra otto movimenti palestinesi della capitale siriana, fra cui Hamas e la Jihad islamica, sempre secondo Abdel Majid.
"L'iniziativa franco-egiziana non contribuisce a trovare una soluzione poiché minaccia la resistenza e la causa palestinese permettendo al nemico di proseguire la sua aggressione".
Il Papa durante il discorso ai diplomatici del Medio Oriente ha chiesto "una tregua immediata per ragioni umanitarie", e il ricambio - nelle imminenti elezioni previste da entrambe le parti - della classe dirigente israelo-palestinese affinche' negoziati possano davvero portare la pace. Ma e' costretto a riconoscere che la sua voce grida nel deserto: "non dobbiamo scoraggiarci o diminuire l'impegno - spiega - a favore di una cultura di pace, ma raddoppiare i nostri sforzi per promuovere la sicurezza e lo sviluppo".
08/01/2009