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«Se hai in discussione un trattato con i russi firmalo sempre entro l'estate; d'inverno potrebbero cambiare idea e stringerti il collo». È questo un detto molto comune tra i diplomatici degli ex paesi satelliti dell'URSS che viene di nuovo in mente oggi a seguito dell'improvviso taglio delle forniture che Gazprom ha deciso unilateralmente la notte scora.
La temperatura in Europa è scesa dappertutto molto sotto lo zero e implacabile è arrivato l'ordine di ridurre i flussi con un effetto domino le cui conseguenze non sappiamo ancora sino a dove potranno arrivare.
L'Europa dipende per un quarto dalle forniture russe ma 80% di questo gas passa dal gasdotto ucraino. La Polonia ne dipende per tre quarti mentre Repubblica Ceka, Grecia, Romania, Bulgaria, Slovacchia, Croazia ed Ungheria hanno già problemi seri nel rispondere accettabilmente alle necessità energetiche dei rispettivi paesi.
La giustificazione formale di questo comportamento è il rifiuto ucraino di pagare il vecchio debito contratto con la Russia e il non voler accettare i nuovi prezzi in linea con quelli di mercato, pagati cioè dagli europei, ma accettando al più un lieve rincaro sui livelli praticati ancora in regime di favoritismo come ai tempi degli ex paesi satelliti. Un'analisi un poco più smaliziata cambia profondamente il contesto.
Due i fatti: l'Ucraina da tempo chiede l'ingresso nella Nato, evento per nulla accettato dai russi; la presidenza europea è stata assunta dalla Repubblica Ceka, ex paese fratello ma da tempo divenuto il più acceso filo occidentale tra gli est europei che ha accettato di ospitare sul proprio territorio il radar di controllo dello scudo spaziale proposto da Bush.
In un colpo solo, con il taglio delle forniture di gas, abbiamo un segnale inequivocabile ai "traditori" mettendo anche in difficoltà i ceki di fronte a una situazione difficile e che necessiterà un peso politico altro che il loro per essere risolta. Il tutto in un momento di stasi della politica USA, in fase di transizione tra due amministrazioni peraltro basicamente non simili anche in politica estera.
I governi europei stanno rassicurando i cittadini che la situazione è sotto controllo e che non ci sono pericoli immediati di restare al freddo: per ora è così ma non è chiaro cosa succederà se la crisi perdurasse e si dovessero intaccare le riserve strategiche.
In Italia le nostre riserve sono alte e abbiamo il vantaggio che il gas algerino arriva senza problemi anche se non potrebbe sopperire in toto a una chiusura o una forte riduzione del contributo russo. Per fortuna il Governo è stato previdente; il Ministro dell'Ambiente ha avuto l'intelligenza di rilanciare l'attività della Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale che in sei mesi ha recuperato i ritardi ereditati da due anni di gestione pseudo-ambientalista che aveva bloccato molti dei progetti più importanti nel settore energetico. I progetti di alcuni Rigassificatori e Centrali sono stati valutati tecnicamente e approvati avendo cura sia di garantire la salvaguardia ambientale che l'interesse del paese grazie a un maggior impiego di carbone pulito e gas liquefatto.
Il passo è importante ma non ci si può fermare qui: quanto accade ci riporta alla necessità di affrontare e risolvere anche il problema del nucleare con la costruzione di almeno due/tre centrali per differenziare ulteriormente il mix energetico nazionale assicurandoci un'indipendenza necessaria a competere economicamente in un mercato globale garantendo il benessere dei cittadini. I russi stanno utilizzando, come sempre storicamente, il Generale Inverno per vincere le loro battaglie: noi abbiamo il dovere di rispondere con scelte intelligenti e rapide.
Ezio Bussoletti
07/01/2009