Dal momento, tuttavia, che Hamas, pur castigata da una pioggia di fuoco e orbata di alcuni suoi leader, non ha alcuna intenzione di cedere e sostiene che trasformerà Gaza nel «cimitero di Israele», le diplomazie del mondo intero fanno grandi appelli per la cessazione delle ostilità, ma non sanno come porre fine al conflitto. Chiedere allo Stato ebraico di sospendere le operazioni senza prima avere conseguito il suo legittimo obbiettivo non ha senso, perché il suo prestigio militare, già minato dalla sfortunata guerra libanese, ne uscirebbe distrutto: se, cioè, lo scontro finisse con un pareggio, Hamas ne uscirebbe rafforzata e legittimata e, nonostante gli immensi danni subiti, canterebbe vittoria insieme con i suoi sponsor iraniani e siriani. D'altra parte, ragionare con Hamas, organizzazione che sia gli Stati Uniti, sia l'Unione Europea hanno classificato come terroristica e che mantiene come obbiettivo principale la distruzione di Israele, non riesce neppure agli Stati arabi.
Sebbene il governo di Gerusalemme sostenga che non ha intenzione né di tornare ad occupare Gaza - sgomberata unilateralmente da Sharon nel 2005 - né di rovesciare Hamas, si fa strada l'idea che, giunti a questo punto, l'unica soluzione duratura sarebbe proprio di abbattere il regime fondamentalista e restituire la sovranità sulla Striscia al governo moderato di Abu Mazen, che ne fu espulso con la forza due anni or sono. Una volta eliminati gli estremisti e riunificati i due tronconi in cui sono attualmente divisi i Territori palestinesi, sarebbe molto più semplice riprendere i negoziati di pace e arrivare al traguardo - unanimemente auspicato - dei due Stati che vivono in pace e sicurezza uno accanto all'altro. Sarebbe una liberazione anche per la martoriata popolazione di Gaza che, finché Hamas sarà al potere, sarà sempre soggetta al blocco economico e contribuirebbe senz'altro a stabilizzare l'intera regione.
Se anche Israele decidesse di tentarla, l'operazione si presenterebbe comunque difficilissima. Il potere di Hamas nella Striscia, dopo le brutali epurazioni si tutti gli elementi collegati al Fatah, è profondamente radicato e può contare su 15-20.000 combattenti decisi a tutto. Per abbatterlo, Tsahal dovrebbe combattere per settimane casa per casa, subendo perdite che la sua opinione pubblica difficilmente tollererebbe e facendo nel contempo un numero di vittime civili inaccettabile anche per i Paesi che riconoscono il suo diritto alla difesa. Né i problemi finirebbero con la vittoria: escluso un ritorno all'occupazione, si tratterebbe di passare gradualmente i poteri al governo di Ramallah, che non solo non potrebbe rientrare a Gaza al seguito dei Merkava di Tsahal senza essere tacciato di tradimento, ma non appare neppure preparato alla bisogna. Il risultato potrebbe essere il peggiore per la sicurezza di Israele, cioè l'anarchia.
Le difficoltà di trovare una via d'uscita si riflettono nella scarsa consistenza dei tentativi di porre fine alle ostilità. L'Europa parla con due voci, quella della vecchia presidenza francese critica di Israele e quella assai più comprensiva della nuova presidenza ceca. L'amministrazione Bush sostiene le ragioni dello Stato ebraico e blocca i tentativi degli arabi di ottenere una risoluzione vincolante dal Consiglio di Sicurezza, ma Barack Obama, che entrerà alla Casa Bianca tra soli 15 giorni, tace. Gli stessi musulmani, pur cercando di fermare l'offensiva israeliana, sono divisi tra chi sostiene Hamas senza riserve e chi in fondo sarebbe lieto di vederla scomparire. Questa confusione permetterà a Israele di proseguire la sua offensiva ancora per diversi giorni, completare la distruzione delle infrastrutture terroristiche, occupare le parti di Gaza da dove venivano lanciati i missili e mettere fine ai bombardamenti assicurandosi una posizione negoziale migliore. Ma, da come si stanno mettendo le cose, rischia di pagare un prezzo molto alto, senza la certezza di una soluzione duratura.
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05/01/2009