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Il punto di GIROLAMO GRILLO *

Torniamo a dare alle cose il valore che hanno

Queste festività hanno avuto una sfumatura diversa, dal punto di vista della società, rispetto agli altri anni. Lo spartiacque è quella crisi finanziaria, prevedibile frutto dello sconsiderato "assalto al cielo" mosso dai finanzieri nel nuovo capitalismo senza regole; nuovi costruttori della torre di Babele, che hanno eretto, con i loro raffinatissimi e fallimentari strumenti derivati, una gigantesca costruzione di economia basata su un debito che pareva davvero voler arrivare al cielo.

Non stupisca che questo capitalismo di rapina abbia, nella sua versione più semplice, anche un notevole successo nei paesi ancora "comunisti". Ovunque si dimentichi il rispetto della persona umana, pur se in modi diversi e per scopi opposti, vi è una deleteria ma significativa "convergenza" nel risultato finale: la riduzione dei diritti della persona umana, soprattutto dei più deboli, e il disinteresse da parte del potere del bene comune. Infatti è scritto: «è dai frutti che si riconosce l'albero».
Quindi, i sistemi che contrastano la concezione della persona dell'umanesimo cristiano hanno risultati deleteri; sia quelli che assolutizzano l'individuo negando la sua natura di essere sociale per ridurlo a consumatore solipsistico, sia quelli che vanno in direzione della statolatria, schiacciando i diritti della persona sotto astrazioni quali lo "stato laico" o la "collettività". Oggi queste due tendenze sono intrecciate, in un modo tale non da correggere i difetti reciproci, ma da amplificarne i difetti. Il 2008 era iniziato con le proposte nordeuropee di sostituire al Natale una qualche Festa della luce, che non urtasse diverse suscettibilità culturali e religiose. Un'idea poco razionale, perché la soluzione nelle comunità multietniche (ad esempio l'antica Roma) è sempre stata quella, ovvia, che ogni cultura celebrasse le sue feste. Tali proposte sono indice di quella strana nevrosi di massa con cui l'Occidente, quasi in una malattia autoimmune, cerca di distruggere la sua cultura per esorcizzare i suoi sensi di colpa; e forse, qualcuno direbbe, per sentirsi libero per nuovi colonialismi, compiuti in nome del mercato globale.
Come avviene in questi momenti storici, la crisi deve essere un monito alla nostra superbia, un richiamo a darsi da fare per aiutare i nostri fratelli in difficoltà, e a riscoprire il vero valore delle cose, il vero significato della vita, il senso della spiritualità; perché la sicumera orgogliosa del consumismo, con il suo falso luccichio televisivo, ha fallito.
Si riuscirà, con il nuovo anno, a risolvere, ad esempio, la questione del valore che bisogna dare ad ogni cosa e soprattutto alla vita di ogni popolo e a verificare opportunamente gli ideali che devono ispirare anche la riflessione pedagogica che guarda alla famiglia in quanto tale?
Non si dimentichi che le crisi della società vanno affrontate a tutti i livelli, cominciando dal ruolo educativo della famiglia, anche per non continuare ad asciugare lacrime di coccodrillo quando accade un evento drammatico legato a certi giochi nefasti che dilagano a dismisura. I ragazzi stroncati immaturamente dalla morte a Civitavecchia (e non è la prima volta) mettono in evidenza un fatto emblematico per tutto il territorio nazionale. Ci si accontenta, però, di sproloquiarne in televisione. E poi? Punto e basta.
* Vescovo emerito

di Civitavecchia-Tarquinia

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04/01/2009










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