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L'EDITORIALE

La politica ha bisogno delle riforme

Al tempo dei reality non desta più alcuno stupore la spettacolarizzazione delle inchieste giudiziarie. Non importa se il Tribunale ti giudicherà innocente o colpevole, le tue telefonate, i tuoi interrogatori, la tua vita privata saranno sbattute sulle prime pagine dei giornali.

Non è quindi questo gravissimo malcostume che sorprende quanto la totale capacità di reazione della politica. Nell'Italia di Romeo, per dirla alla Annunziata, può capitare che un imprenditore lavorando con e per le pubbliche amministrazioni diventi - lecitamente, fino a prova contraria - ricchissimo. Verrebbe da pensare che costui esprima gratitudine nei confronti di quei politici e burocrati con cui - lecitamente, fino a prova contraria - aveva sino a poco tempo fa collaborato. Invece no. Seppur incalzato da abili pm, il ricco imprenditore definisce i suoi interlocutori "cavallette" pronte a saltargli addosso oppure, più semplicemente, "incapaci". Non è dato sapere ovviamente se le persone cui si riferisce Romeo si meritino o meno tali giudizi, né questo è motivo di particolare interesse.

Nel grande calderone mediatico quel che passa è una secca e sprezzante bocciatura della politica in quanto tale, tutta intera. Il fatto poi che nessuno degli interessati (o leader di partito) reagisca per tutelare l'onorabilità propria o della "categoria", la dice lunga su quale sia la considerazione che - soprattutto a sinistra - gli stessi politici abbiano di se stessi. Il 2009 sarà un anno difficile. Il presidente della Repubblica ha fatto un buon elenco di propositi cui dare seguito. Quel discorso è stato da tutti giustamente sottoscritto. C'è un piccolo problema, però. Per realizzare le riforme, per reagire adeguatamente alla crisi, serve la politica.

E serve che questa sia percepita con quella autorevolezza che merita. Nel gioco terribile di continua e costante delegittimazione degli apparati dello Stato, si impoverisce quella capacità di solidarietà, di coesione sociale che ha contraddistinto, per usare l'esempio di Napolitano, il Dopoguerra. Come si può crescere economicamente o rafforzare le istituzioni senza fiducia? Come si può avere fiducia se il governo della cosa pubblica è affidato a «incapaci» o «cavallette»? Ecco quindi che una reazione forte non è solo auspicabile ma doverosa.

L'Italia di Romeo non ci piace né ce la meritiamo. Non ci piacciono i comportamenti opachi di amministratori pubblici, di imprenditori e degli stessi magistrati. L'esperienza degli anni '90 ci ha dimostrato che la via giudiziaria non è in grado di risolvere i problemi. Non può che esserci un percorso politico che è inevitabilmente fatto di riforme. Quelle del federalismo e della giustizia sono un importante banco di prova. L'opposizione farà quel che riterrà più corretto, ma la maggioranza deve avere la consapevolezza di non avere più alibi. Questo è il momento in cui la dignità e l'orgoglio devono prevalere sulla più banale ricerca del consenso.


 

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Paolo Messa

04/01/2009

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