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di CARLO LOTTIERI
Osservata dall'Europa, la presidenza ...

di CARLO LOTTIERI


Osservata dall'Europa, la presidenza federale può apparire uno degli istituti più caratteristici della cultura americana, ma non è esattamente così. Quando nel 1789 il generale George Washington assume la presidenza, le tredici colonie sono piccole realtà libere di governarsi da sé e soprattutto nessuno ipotizza che diverranno semplici tessere di un Paese unitario governato dalla capitale.

È però fuori discussione che il peso di tale istituzione è cresciuto alterando in profondità la natura delle istituzioni originarie. Nella seconda metà del Novecento gli Stati Uniti sono stati soprattutto una super-potenza globale controllata da un Capo plenipotenziario. Non può sorprendere, allora, che nella lista dei presidenti figurino alcuni tra gli uomini che più hanno segnato la storia. Perché se oggi se c'è un uomo davvero influente, questi è il presidente degli Usa, e non è un caso se si tratta - molto spesso - di personalità che vantano curriculum formidabili anche prima di giungere alla Casa Bianca.
Nel 1959, a Washington stava per concludersi il regno di una delle figure più significative del secolo: Dwight Eisenhower. "Ike" è colui che chiude la guerra di Corea, inaugurando una tradizione: quella che vuole che le guerre siano quasi sempre avviate dai presidenti democratici per essere poi portate a termine da quelli repubblicani.
Alla regola non sfuggì neppure il giovane, fascinoso, ricchissimo e cattolico (di origini irlandesi) John Fitzgerald Kennedy, durante la cui breve presidenza venne intrapresa l'avventura del Vietnam e si rischiò pure una grave crisi per le vicende cubane della Baia dei Porci. Ucciso a Dallas nel novembre 1963, egli è stato il primo presidente dell'America del baby boom e della modernizzazione compiuta, ma difficilmente si potrà dire che abbia aiutato la crescita degli Stati Uniti e del mondo. Se Eisenhower aveva certo deluso quanti speravano che egli avrebbe smantellato il New Deal, con Kennedy e poi con il suo successore, Lyndon Johnson, in America prende forma una sorta di socialismo addomesticato: quella "Great Society" che dilata la tassazione e infittisce la regolamentazione.
Con lo spigoloso Richard Nixon (cui toccherà gestire l'ignominiosa fuga da Saigon e la cui presidenza sarà drammaticamente interrotta dallo "scandalo Watergate"), con lo scialbo Gerald Ford e con l'ingenuo Jimmy Carter questo processo di consolidamento del dominio statale a scapito dell'autonomia della società civile procederà speditamente. Per questo motivo, l'unica figura anomala in questa galleria di presidenti è quella di Ronald Reagan. Già attore e poi sindacalista, quando giunge al potere, l'ex-governatore della California è un uomo di chiari e solidissimi principi. Le sue preoccupazioni sono per il ridimensionamento dello Stato, la rinascita del federalismo originario e la sconfitta del comunismo sovietico. Anche se la retorica reaganiana si rivelerà spesso più radicale delle iniziative effettivamente assunte, la frattura con il passato sarà comunque notevole.
Con i repubblicani Bush (padre e figlio) e anche la doppia presidenza "moderata" del democratico Clinton l'America torna a percorrere strade più consuete. Pure in ragione dei pressanti impegni militari in Afghanistan e Kosovo, Somalia e Iraq, gli Stati Uniti degli anni Novanta tornano a coniugare la più classica politica di potenza e un crescente interventismo economico negli affari interni.
Quella che ora eredita Barack Obama è quindi in larga misura l'America di Roosevelt, di Kennedy e dei Bush, mentre Reagan oggi è solo l'icona di una minoranza antistatalista. Nell'America del 2008 lo statalismo resta meno radicato che in Europa, ma la sensazione è che l'amministrazione del primo presidente afro-americano appaia determinata a voler ridurre sempre di più le distanze.
E per i cittadini statunitensi non si tratterà di un affare.

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31/12/2008










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