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presenzialisti

I riti grotteschi dell'alta società

Lo capisci dopo un po'. Guardi quelle matrone vizze e scopri perché hanno gonfiato labbra e tette come canotti di salvataggio: vorrebbero restare aggrappate all'illusione della propria venustà, e finiscono travolte dai marosi del ridicolo.

Feltri Direbbe Flaiano: "si levò dal letto: era bruttissima. Passò un'ora davanti allo specchio a farsi brutta". Attorno a loro, nella danza macabra dell'eccesso, si agitano pippati e smutandate. Laggiù sorride ebbro qualche magnifico cornuto, ad ogni tavolo i diseredati del buffet si accalcano a frotte, come piccioni davanti a un tozzo di pan raffermo: bocche spalancate, voragini aperte sulla bulimia sociale, spelonche profonde da colmare di sushi, bigné, suvlakia, paté e presenzialismo, in disordine sparso.


Guardi quelle immagini e pensi a beffe iperrealiste, ad incursioni nel grottesco, a sublimi performance di body-art: invece è tutto oscenamente vero, è cronaca purissima del rito blindato - e quotidiano - dell'alta società carnascialesca, dove ogni smorfia vale un'operetta amorale e ogni zompo si attira il pernacchio del popolo escluso. Pizzi gioca con la luce, il suo flash è biacca che ammanta di vago orrore il volto del festante, che però poi si scopre lusingato, l'onore non è essere invitato ma inquadrato, stanato, impallinato, come una preda lieta di sentirsi sbracata, perché in fondo chissenefrega di quegli straccioni che alla fine del mese non ci arrivano neanche facendo i saltimbanchi.

Compleanno Marina Ripa di Meana (Foto Pizzi) Umbertone scatta, come avrebbe fatto Grosz se al posto del pennello avesse avuto una Leica, l'effetto è comunque espressionista, alla gogna aristopop, altoborghesi, magnaccia, cocotte ed imbucati. D'Agostino, al suo fianco, è un Petronio bignamizzato. Gli basta un colpo di penna, una frase, un aforisma e ti sfregia come un trilama arrugginito. Sbircia sotto le maschere e sciorina il Satyricon moderno, tutti lì in cravatta nera o in costumi esotici, comunque condannati all'orgia purificatrice per aver oltraggiato il Dio Priapo e la miseria altrui.
Roma, sullo sfondo, è l'indolente maitresse.

Non diversa da quella che ospitava i baccanali all'ombra di Nerone né da quella che godeva svicolando gli anatemi del Papa Re, quando nobildonne in incognito si congiungevano con i morti di fame, al buio di Campo Vaccino, nella notte dei "lanternoni": smorzavi la candela e via, "reggimi il moccolo" che io me la spasso con madama la marchesa. Ma era l'Ottocento: Pizzi invece fiuta e illumina con sapienza felliniana, irradiando di tetro splendore celebrazioni e aulici convegni, vernissage e "bal en tete", tra cappellini in bilico su meringhe cotonate, frananti verso balconate posticce, che aspirano all'algida perfezione del Canova, mentre ricordano più i prototipi dei fratelli Montgolfier.


Totò Cuffaro (Foto Pizzi) Roma guarda, mai benedicente, e c'è chi sogna un nuovo Mastro Titta, qualcuno che zittisca una volta e per sempre questa cricca invasata, la compagnia di giro strappona e ultrachiassosa.
Poi però vedi Milano, le foto dove tutti stanno bene accorti, ecco l'undestatement lumbard dove già baciarsi sulle guance è oltraggio al galateo, e "occhio a Pizzi, è qui in trasferta, non facciamoci fregare il primato dell'etica, o almeno della buona educazione".

E di fronte a tanto birignao quasi fai il tifo per i supercafonal capitolini (spesso importati, trapiantati, presi a contratto, convertiti al ponentino), che se la ridono in faccia al mondo intero. Tanto, gli affari si fanno altrove, in stanze inaccessibili e segrete. Qui, al massimo, ti giochi la candidatura, come ben sanno i gaudenti della sinistra cachemire, caduti davanti al cecchino Umberto per aver osato un ultimo trenino o uno sfrenato dada-umpa.

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Stefano Mannucci

09/12/2008










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