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L'intervistaIl presidente di Confcooperative: «Incentiviamo l'export in Russia, Usa e in Asia»

Bruni: «Il made in Italy per uscire dalla crisi deve conquistare nuovi mercati internazionali»

Natalia Poggi
n.poggi@iltempo.it
La profonda crisi economica internazionale ha compromesso anche la produzione agro-alimentare del nostro Paese. Facciamo il punto con il cavalier Paolo Bruni presidente di Fedagri-ConfCooperative che raggruppa 3700 cooperative agroalimentari con un fatturato di 25 miliardi di euro.

«Siamo aggregazioni di aziende agricole, produciamo e trasformiamo. I nostri prodotti, per intenderci, sono quelli che si trovano sui banchi del supermercato». Quali sono i settori in maggior affanno? «In ginocchio è il comparto cereali, la produzione cioè di grano, mais e soia. Negli ultimi quattro mesi c'è stato un abbattimento del prezzo del 50, 60% in meno». Il motivo dei prezzi in picchiata? «Credo che la vera ragione sia stata la speculazione finanziaria. Quando l'interesse della grande Finanza per il settore è venuto meno il valore è crollato. C'è stato poi un aumento delle coltivazioni e dunque oggi l'offerta supera la domanda. Infine le spese di produzione sono sempre altissime». Che si può fare per soccorere gli agricoltori? «Non ci sono bacchette magiche, purtroppo. Nessuno si può sostituire al mercato, nè si può, nel mercato globale, chiudere il rubinetto alle importazioni».
Altra nota dolente: i formaggi, vanto della tradizione alimentare italiana...
«I produttori di Parmigiano Reggiano e Grana Padano sono terribilmente in crisi. Un chilo di parmigiano, che prevede una stagionatura di 24 mesi, costa al produttore 7 , 8 euro. Quello che il produttore realizza, invece, neanche copre le spese». La colpa è pure della grande distribuzione che lo vende a sottoprezzo? «Il parmigiano, essendo molto appetibile al consumatore, viene utilizzato come prodotto civetta. Alla fine, però, a rimetterci sono i caseari». Altro vanto italico, la suinicoltura...
«Il prosciutto Dop, Parma e San Daniele per intenderci, in crisi nera per la grande concorrenza. Abbiamo la certezza che i consumi, se va benissimo, rimangono stazionari oppure caleranno». E quindi? «La soluzione è solo una: conquistare nuovi mercati internazionali. Mi riferisco alla Russia, ad alcune aree dell'Asia, agli Usa che sono in continua crescita. Agli imprenditori e al governo chiediamo uno sforzo per incentivare le nostre esportazioni». Bisogna fare i conti anche con le imitazioni, il cosiddetto «Italian sounding».. «I nostri prodotti vanno tutelati anche fuori dai confini europei. Fatturiamo 113 miliardi di prodotti italiani. Il mercato dell'Italian sounding arriva a 52 miliardi. È un inganno per i tanti consumatori che credono di comprare prodotti italiani che invece non lo sono. Ma fuori dell'Europa nessuno può punire chi produce il parmesan o il regianito». Allora qual è la strategia vincente? «Integrazione, da noi ci sono troppe imprese bonsai, innovazione (per venire incontro alle esigenze dei consumatori) e internazionalizzazione».

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20/11/2008










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