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Il presidente del Senato Renato Schifani è decisamente più ...

Il presidente del Senato Renato Schifani è decisamente più fortunato del suo omologo della XIV legislatura. Quest'ultimo, Marcello Pera, illustrò nella seduta della Giunta per il regolamento del 10 ottobre 2002 un pregevole documento volto a una riforma del regolamento di Palazzo Madama che, se fosse stata approvata, avrebbe posto fine alla lunga transizione tra una prima Repubblica che non c'è più e una seconda che stenta a mettere radici, e avrebbe modificato la nostra stessa forma di governo parlamentare in senso britannico.

Allora nessuno disse apertamente di no. Tutti in coro se la cavarono con la solita espressione: «è un'idea». Che è il sistema tartufesco per lasciare tutto com'è.
Peccato. Perché Pera si rendeva perfettamente conto che la democrazia dell'alternanza avrebbe dovuto facilitare una riforma del regolamento del Senato caratterizzata da tutta una serie di pesi e contrappesi: maggiori poteri al governo, maggiori garanzie per l'opposizione. Insomma, un vero e proprio "statuto" per l'uno e per l'altra. Anche perché l'opposizione di oggi - Berlusconi tocchi ferro - è destinata a diventare il governo di domani. E allora sì al conferimento al governo del potere di chiedere sui propri disegni di legge dichiarati più importanti e urgenti una corsia preferenziale con tempi brevi e certi tanto in commissione quanto in aula.
E un sì altrettanto convinto al riconoscimento all'opposizione del diritto a nominare un proprio portavoce, con l'attribuzione di puntuali poteri. Quali, per esempio, la convocazione da parte di quest'ultimo del capo del governo e dei ministri per rispondere o riferire in aula; una quota dei tempi parlamentari riservati all'opposizione, le cui proposte di legge dovrebbero essere valutate dall'assemblea nel testo originario; potenziamento degli istituti di controllo, ispezione, indirizzo, informazione e inchiesta; più frequenti dirette televisive.
Più fortunato il presidente Schifani perché, nella seduta della Giunta per il regolamento di ieri, ha preso atto con soddisfazione che le posizioni tra maggioranza e opposizione si sono sensibilmente ravvicinate al riguardo. Lo testimoniano le due più importanti proposte di modifica al regolamento presentate, per la maggioranza, da Maurizio Gasparri e da Gaetano Quagliariello e, per l'opposizione, staremmo per dire quell'Opposizione di Sua Maestà britannica che è o dovrebbe essere il Pd, da Stefano Ceccanti come primo firmatario. Un fedelissimo di Walter Veltroni e costituzionalista di buona scuola: quella di Augusto Barbera e di Mario Galizia.
La maggioranza accoglie in sostanza l'impostazione a suo tempo illustrata da Pera e mira a una strategia riassumibile in tre punti. Primo, rafforzamento della posizione del governo in Parlamento: un governo che, paragonato con gli esecutivi europei, ci appare ancora ai giorni nostri quella Cenerentola di cui si lamentava Giovanni Spadolini. Secondo, introduzione dello statuto dell'opposizione in Parlamento. Terzo e ultimo, impedire la frammentazione parlamentare. Orbene, la differenza tra questa proposta e quella di Ceccanti in definitiva sta soprattutto nel prius. La maggioranza pone l'accento prima sul governo e poi sull'opposizione, mentre Ceccanti fa l'operazione inversa. Ma si può legittimamente concludere che, cambiando l'ordine dei soggetti, la sostanza non cambia. Già, perché si dà il caso che Ceccanti non è un costituzionalista allevato in serra. E non ha neppure studiato dalle Orsoline, come una signorina dabbene.
No, Ceccanti sa perfettamente, da quell'empirico che è, come gira il mondo. Ed è cosciente che i governi, quale che ne sia il colore, abusano delle leggi delega, dei decreti legge, dei maxiemendamenti sui quali immancabilmente pongono la questione di fiducia (in barba all'articolo 72 della Costituzione, secondo il quale le proposte di legge in assemblea sono votate articolo per articolo e con votazione finale), per la semplice ragione che il regolamento del Senato non ha avuto quell'ampio rimaneggiamento subìto da quello della Camera ai tempi della presidenza di Violante. Perciò non stupisce che la ricetta di Ceccanti collimi grosso modo con quella di Gasparri. Anche per il costituzionalista postdiessino le esigenze sono due: rafforzare la posizione delle minoranze in Parlamento, e in particolare di quella numericamente più ampia, dando piena copertura regolamentare allo statuto dell'opposizione e al governo ombra; garantire al governo un'effettiva corsia preferenziale alle sue proposte più qualificanti.
Intendiamoci, nutrire fiducia porta male: parola di Facta, che spalancò le porte alla marcia su Roma. Ma il cauto ottimismo di Schifani è più che giustificato. Prima agli studenti della Luiss e poi a Montecatini, il 16 novembre scorso, il presidente del Senato aveva già sottolineato la necessità di un nuovo equilibrio tra governo e Parlamento, tra maggioranza e opposizione. Proprio facendo leva sulle proposte avanzate dalle due forze più importanti, il Pdl e il Pd, Schifani ha rilanciato l'idea di un governo fornito degli strumenti atti a tradurre in tempi certi il proprio indirizzo politico in leggi e, d'altro canto, di una opposizione alla quale vanno conferiti poteri di controllo più incisivi e una maggiore visibilità istituzionale.
Se son rose, fioriranno. Ma è bene stare all'erta. Perché un Pd ridotto in questo stato comatoso è capace di tutto e del contrario di tutto. Con un linguaggio da monsignore, Violante ha definito «incaute aperture» le ricette di Ceccanti. E Zanda, targato Pd come Ceccanti, ha già preannunciato una nuova proposta di modifica regolamentare. Notizia poco rassicurante. Se poi il Pd dirà «dieci», si può star certi che l'immarcescibile Di Pietro, questo Masaniello di periferia, rilancerà «cento». Mettendo, more solito, nelle peste il povero Veltroni. Che un giorno magnifica alla presenza di ben 98 ambasciatori il suo governo ombra e il giorno dopo sembra relegarlo in soffitta per il timore di non agganciare né Casini, che non ci sta a fare la comparsa, né Di Pietro. Una dissociazione schizofrenica, la sua, bella e buona.
Se non otterremo il passaporto per Westminster e, Iddio non voglia, tutto andrà a catafascio, avremo almeno una soddisfazione. Sapremo una volta di più qual è il partito dei conservatori incalliti. E ce ne ricorderemo alle prossime elezioni.

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19/11/2008










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