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Con la crisi che sta contagiando l'economia produttiva, mentre larga parte dell'Europa e lo stesso Giappone sono già in recessione, i responsabili delle venti maggiori economie riuniti a Washington hanno deciso di puntare su più spesa pubblica e più Stato.
Sia però consentito di esprimere forti dubbi su questa scelta, condivisa dai leader di mezzo mondo: quale che sia il loro orientamento ideologico. Ovunque, ma in particolare in Italia, ci sarebbe invece bisogno di un'iniezione di fiducia nel dinamismo della società: nella voglia di fare dei giovani, nel desiderio di tornare a investire da parte delle imprese, nell'ottimismo di chi sa che dopo una crisi ci può essere solo un nuovo rilancio.
Per tutte queste ragioni, sarebbe importante che i futuri programmi governativi abbattessero con decisione le imposte, anche a costo di rischiare più alti deficit. È infatti piuttosto agevole raddrizzare i conti pubblici se le aziende riprendono ad avere il vento nelle vele. Senza considerare che, al punto in cui siamo, una coraggiosa riduzione delle aliquote potrebbe essere accompagnata da maggiori entrate, dato che ai livelli attuali l'imposizione fiscale scoraggia investimenti ed iniziative. Andrebbe poi valutata l'opportunità, come ha proposto l'economista Piercamillo Falasca, di abolire gli aiuti al Sud e compensare il tutto con un'esenzione decennale di Ires e Irap: al fine di dare una mano a chi produce davvero. Meno tasse significa dare fiducia alla società: bisognerebbe tenerlo
presente
Carlo Lottieri
18/11/2008