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l'intervento

Una ragazza inerme condannata alla morte per fame e per sete

Con la sentenza di ieri è stata scritta una delle pagine più tristi della nostra Storia. Una ragazza inerme, impossibilitata ad esprimere le sue reali volontà, è stata condannata alla fine più terribile e disumana, per fame e per sete.

Eluana Englaro  Non possiamo esimerci dalle nostre responsabilità: si tratta di una decisione che ricadrà su tutti noi e sulla vita dei cittadini. Di fatto, i giudici della Corte hanno sancito che, a determinate condizioni, nel nostro Paese si può applicare la pena di morte. Questo dimostra che, in mancanza di una legge adeguata, tra le pieghe del diritto, può insinuarsi un cuneo profondo in grado di scardinare i valori primari su cui si fonda ogni comunità civile.

Un cuneo potenzialmente dirompente, che agisce oscuramente sulla sofferenza e sui timori delle persone e rischia di spalancare violentemente le porte dell'eutanasia.


Il caso di Eluana, una giovane - ricordiamolo - ancora in vita sebbene della vita giudicata non più degna, non sarà purtroppo l'unico, come dimostrano altri recenti episodi. Tra gli altri, quello di un uomo di Modena, in perfetta salute, che per decreto ha ottenuto di nominare la moglie suo amministratore di sostegno, cioè garante per le sue volontà di fine esistenza, chiedendo il rifiuto di qualunque trattamento terapeutico nell'ipotesi di malattia terminale. E, ancora, si potrebbero citare le iniziative assunte in connessione con questo caso, da parte di associazioni che si battono per la depenalizzazione dell'eutanasia e propongono "comodi" moduli da scaricare via internet per redigere il proprio testamento biologico.

Fatti che suscitano un profondo allarme, anche per le forme disordinate con cui, sull'onda dei precedenti aperti dalla magistratura, si insinua l'idea che la morte possa essere banalmente regolata con un formulario pret-a-porter, quasi fosse una dichiarazione dei redditi.


Per questo ritengo che una legge seria ed equilibrata su questo tema non possa più essere rinviabile. E dovrà essere una legge in grado di garantire la dignità della persona, anche nel suo momento finale, il rispetto della professione medica e l'indisponibilità della vita. In una parola, il chiaro e inequivocabile divieto di eutanasia, sia essa attiva o passiva, e la previsione che alimentazione e idratazione non sono cure mediche. Pur nel rispetto del dolore della famiglia Englaro, credo che la sentenza su Eluana non permetta a nessuno di cantare vittoria.

Una ragazza, hanno detto i giudici, il cui carattere ha una straordinaria tensione verso la libertà. Eppure, è stata condannata a morte.
 

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Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità di An

14/11/2008










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