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Il leader del Pd dimentico di qualche passaggio

veltroni, scuola e referendum autogol fuori tempo massimo

Walter Veltroni è al settimo cielo per il successo di Barack Obama, quasi che la vittoria di quest'ultimo compensasse la batosta riportata alle ultime elezioni dall'ex sindaco di Roma. Ma ben presto il leader del Pd dovrà rimettere i piedi per terra.

E dovrà riconoscere di aver fatto il passo più lungo della gamba quando ha avuto la bella pensata di annunciare urbi et orbi un referendum abrogativo sul decreto legge Gelmini appena convertito dal Senato.
Se fosse stato un uomo non diremo della Provvidenza - come fu appellato l'Innominabile - ma almeno della previdenza, Veltroni avrebbe dovuto concertare la mossa azzardata con i maggiorenti del suo partito. E invece no, ha fatto di testa sua. Con il risultato che Massimo D'Alema, che le cose non le manda a dire, ha dichiarato papale papale di "non essere entusiasta". Mentre Franco Marini ha affermato di non essere pregiudizialmente contrario. Ma, ha aggiunto acido, deve capire bene di che cosa si tratta.
A dispetto di questo sconfortante viatico, a quanto pare Veltroni non intende demordere. Novello smemorato di Collegno, con ogni evidenza ha rimosso il passato. Non ricorda, o peggio sorvola sul fatto, che ogni qualvolta il suo partito ha cavalcato la tigre referendaria, ha finito per sbattere la testa contro il muro. Veltroni, poi, dovrà fare i conti anche con una legge del 1970. Per cominciare, le richieste di referendum devono essere depositate presso la cancelleria della Corte di cassazione nell'arco temporale che va dal 1° gennaio al 30 settembre di ogni anno. Le cinquecentomila firme prescritte potranno essere depositate, dunque, solo l'anno prossimo. Dopo di che dovrà pronunciarsi sulla legittimità l'Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione e sull'ammissibilità, nel gennaio 2010, la Corte costituzionale. Perciò nella migliore delle ipotesi saremo chiamati a pronunciarci sulla riforma Gelmini in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2010. Insomma, tra due anni. Campa cavallo.
Nel frattempo è ragionevole supporre che i favorevoli alla riforma Gelmini, già oggi in netta maggioranza secondo tutti i sondaggi, saranno in numero ancora maggiore. Perché, non solo non ci saranno gli sfracelli denunciati dai soliti uccelli del malaugurio, ma il tempo, che è galantuomo, proverà che la riforma era necessaria. In tal caso il referendum si rivelerebbe un boomerang. Addirittura potrebbe far sbalzare di sella l'apprendista stregone che lo vuole incautamente cavalcare.
Ma c'è di più. Per via referendaria Veltroni vorrebbe liquidare l'intero pacchetto scolastico. Ma questo sogno resterà, vedrete, nel cassetto. Non lo diciamo solo noi, beninteso. Lo afferma un personaggio non sospetto come il senatore Stefano Ceccanti, costituzionalista provetto e veltroniano di ferro. Il quale è arrivato alla fulminante conclusione che sarà grasso che cola se la Consulta ammetterà esclusivamente un referendum su quel maestro unico, in realtà maestro prevalente, che abbiamo avuto con profitto ai tempi nostri e che è la regola in Europa. Un referendum, dunque, su un coriandolo legislativo. Come sparare con un cannone a un uccellino. Ma davvero varrebbe tanto chiasso per così poco? E per cosa, poi? Per una sconfitta annunciata.
paoloarmaroli@tin.it

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08/11/2008










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