La destra è il nuovo e la sinistra è il vecchio.
Provare per credere. In Europa, il gollista Nicolas Sarkozy ha vinto in Francia proprio nel nome e nel segno della speranza, del sogno e del cambiamento della Quinta Repubblica. Basti ricordare le famose «rotture» (economiche, sociali e istituzionali) da realizzare, contenute nel suo programma. E anche lui doveva scrollarsi di dosso il peso negativo di un gollismo invecchiato, rappresentato da Chirac. Stessa cosa che, ad esempio, non è riuscita a McCain, rispetto a Bush.
David Cameron simboleggia in Inghilterra, la spinta ambientalista e neo-pubblica di un conservatorismo rinnovato che oltrepassa gli schemi classici. Ciò a dimostrare che la destra moderna nel continente sta guidando o si appresta a guidare processi di «modernizzazione identitaria» più in linea con la complessità della società, che la sinistra nemmeno comprende, se non reiterando antiche classificazioni ideologiche (rendendo eterni gli anni Settanta). In Italia, nonostante la presenza del Cavaliere nella scena politica da 15 anni, il Pdl viene ancora percepito come una forza «antisistema» (le caste storicamente flirtano con la sinistra), una forza «antipolitica» (la cultura del fare sul politichese), e in grado di offrire un sogno (nella fattispecie, un sogno liberale: le tasse, l'Ici, il miracolo italiano, i posti di lavoro etc). Ed è indubbio che il governo Berlusconi sia un governo modernizzatore. La Gelmini e Brunetta, stanno realmente ponendo i tasselli di una «rivoluzione conservatrice», meritocratica, molto più efficace di qualsiasi battuta sulla Rsi che non serve a tutelare una tradizione culturale importante (il filone liberale, cattolico, sociale, nazionale, conservatore) come quella di destra.
La sinistra, dunque è vecchia. Offre ricette superate, soluzioni ideologiche, fa sociologia, non affronta i temi basilari (sicurezza, economia, giustizia, riforme), se non arroccandosi su posizioni di principio. È negativa, depressa e censoria (altro che speranza). Totalmente schiava della «sindrome di Voltaire» (la pretesa di incarnare religiosamente il bene), prova ne è la comunicazione usata da Veltroni pure al Circo Massimo («l'Italia è migliore della destra di governo» e «salviamo l'Italia»). A parole, filosoficamente è riformista, nei fatti è conservatrice (altro che cambiamento). Bandiera di ogni casta, di ogni status quo (dall'università alla pubblica amministrazione, dalla finanza all'economia), incapace di uscire dallo schema poteri forti-stato sociale, che ha prodotto il peggiore assistenzialismo. Si fanno le riforme dello Stato? La sinistra grida «guai a chi tocca la Costituzione antifascista». Si riforma il mercato del lavoro? La sinistra urla «all'attentato ai diritti dei lavoratori». Si fanno i tagli? La sinistra difende ogni esubero. Per non parlare poi, degli ex-Arcobaleno, sempre pronti a cavalcare le contestazioni, le banlieues italiane (è il famoso «schema cileno»: la piazza democratica contro il governo-Pinochet). Basta con i film già visti. E con Hollywood.
Fabio Torriero
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08/11/2008